Il cielo in un tarallo, luce

Il cielo in un tarallo, luce

Ho guardato il cielo attraverso il loro buco alternandoli sugli occhi, cannocchiale e binocolo. Porzione di cielo e croccante finito intorno. 

 Con le tasche piene tra le strade di campagna, uno dopo l’altro per combattere quel dolore che si ha nello stomaco. Quel dolore che non sai cosa è, ma sai che non è fame. E ti illudi pensando che un tarallo possa colmare il vuoto, lui che di vuoto se ne intende. Buco e pasta intorno, farina, sale, acqua, olio e vino bianco, e poi aromi a coprire voglie. Tarallino, piccolo da sentirne la fragranza rumoreggiare tra i denti mentre l’altro già ti osserva dal piatto sapendo che non potrai sfuggire a lungo al suo richiamo. Basta un piccolo tarallo a cambiare l’umore, strappare un sorriso. Farli è un’arte che in pochi posseggono, sapiente unione di ingredienti, poi una bollitura e passata la notte a riposare via nel forno a cuocere, a colorarsi d’oro come i campi di grano nei mesi di giugno pochi giorni prima della mietitura. 

Tarallino dopo tarallino, alla cipolla o alla pizzaiola, al peperoncino o ai semi di finocchio, alla curcuma o di farina integrale. Infinite ricette.

Nell’antico forno in pietra il vecchio panettiere gira tarallino, gira tarallino, perché sia perfetto, uno dopo l’altro. 

Sulla tavola imbandita il salame attende un’unione inaspettata, quale palato lo assaporerà per primo?

Il vino rosso attende, in un calice mai banale, di essere sorseggiato. 

Dal buco di un tarallo osservo il cielo, seguo nell’inquadratura una rondine che attende primavera. All’improvviso il sole, luce in un buco di pasta intorno.