Scarcelle, ed è subito Pasqua

Scarcelle, ed è subito Pasqua

Gli zuccherini cadono come polvere di stelle e li spargo un po’ a caso, magari con qualche messaggio nascosto

qualche lettera composta per chi la riceverà in dono. Com’è strano pensare ad un dolce con un uovo al centro, ma è tutto lì il segreto in quell’uovo incarcerato da un intreccio che sarà poi liberato da chi la scarcella potrà finalmente mangiarla. Io non ancora, non è Pasqua, posso solo prepararla, come faceva la mamma di mia madre e  prima di lei sua madre che tanto era dolce che tutti chiamavano la nonna delle caramelle. E ricordo ancora quel suo volto dolce e infinitamente buono, quello scialle di lana sulle spalle, i capelli bianchi e la pelle delicata come quella di una bambola. Le scarcelle nella mia vita sono nate lì, da quella nonna rimasta vedova troppo presto, che tirò avanti i suoi figli con un negozio di caramelle, sogno dei nipoti e bisnipoti. Alcuni di nascosto le rubavano e a chi non lo faceva lei le regalava. Nacque tutto lì, tra quelle piccole mani che impastavano la farina, lo zucchero, il lievito e quel pizzico di sale che lanciava come l’elemento più importante di una pozione magica, poi le uova sbattute a mano con quel polso piccolo e saldo, e il latte e  l’olio, inutile sottolineare extravergine d’oliva. Grattugiava una scorza di limone ed era ancora magia con quel profumo che sa di primavera sprigionarsi nella stanza. Sin lì potevo solo guardare. Ma quando l’impasto era pronto e lei si passava le mani sul grembiule, il suo lavoro era finito, o quasi. Toccava a me. Scegliere il punto preciso in cui posizionare l’uovo sodo era il mio primo compito importante. L’uovo che era sempre rinascita, sia che fosse simbolo della liberazione dal peccato originale sia che simboleggiasse il corpo di Cristo liberato dal sepolcro dopo la resurrezione. Lei li avrebbe messi tutti al centro di quel cerchio perfetto che aveva steso. Io no, in alto a destra o a sinistra, a volte in basso, altre ne mettevo due ed era tutta una storia di ricchezza o povertà, che francamente ignoravo. Troppi simboli per i miei pochi anni.

Però almeno una la realizzavo perfetta come piaceva a lei. Un tondo al centro di un cerchio. E la simbologia era accontentata. Infine il sorriso di quella bisnonna buona come nessuno altro, quando mi riempivo le mani di codette e zuccherini d’argento. Per i grandi sceglievo una versione più elegante e sofisticata con quel giro di perle che andava su e giù. 

Perché sarà anche incarcerato l’uovo, ma nulla mi vietava di rendere luminescenti e preziose le sbarre di pasta frolla che lo ingabbiavano.

Per noi bambini invece preferivo gli zuccherini colorati, che erano poi il motivo per cui mi piaceva tanto la scarcella, anche se rimaneva per me un mistero un dolce con un uovo sodo al centro. E quando tutto era colorato e caoticamente perfetto, tornava lei con quegli occhi che la vita non aveva saputo indurire, per metterle in forno. Passavano i minuti e il profumo saliva, arrivava alle mie narici e poi inondava la stanza. Ed eccolo lì quel simbolo di rinascita e condivisione. Un dolce con un uovo sodo al centro.