World Press Photo, istantanee di storie

World Press Photo, istantanee di storie

E’ il 19 giugno 2019, siamo a Khartoum, capitale del Sudan, i manifestanti protestano contro il regime dittatoriale.

Sono sotto il quartier generale dell’esercito e urlano il loro dissenso, chiedono la fine del governo del dittatore Omar al-Bashir. Il blackout non interrompe le proteste. Dal buio si innalza una voce, è un ragazzo che urla poesie di protesta, il suo canto libero viene illuminato dai telefonini dei protestanti. Un attimo e Straight Voice, la fotografia di Yasuyoshi Chiba che immortala quest’attimo, vince il premio World Press Photo of the Year 2020.

Ewa è una ragazzina armena di 15 anni, non beve, non mangia, con parla,  con cammina, non risponde a stimoli fisici. Vive per otto mesi in uno stato catatonico imploso dentro di lei quando l’incertezza sul suo futuro, l’impossibilità di avere un luogo da chiamare casa le ha indotto la Sindrome da rassegnazione. I primi ad ammalarsene furono i bambini rom e yazidi negli anni Novanta. Ewa fuggiva con la famiglia da una terra di guerra e violenza, arrivò in Polonia, poi in Svezia, la richiesta di asilo politico, la paura di essere deportata in Polonia in attesa del rimpatrio in Armenia. Una paura troppo grande per essere contenuta nel suo giovane animo di 15enne. Il crack, Ewa si spegne, ma non muore. Sopravvive a quella non vita, poi un giorno si risveglia, nel centro di accoglienza per rifugiati a Podkowa Leśna, in Polonia. Era il primo giugno 2019, Tomek Kaczor scatta la fotografia che testimonierà il dolore sottaciuto dei bambini vittime delle disumane politiche migratorie. 

Musa Motha sognava di diventare un grande calciatore, era una piccola promessa quando a 11 anni gli diagnosticano un osteosarcoma, gli amputano una gamba sotto il ginocchio. La fine di un sogno, ma Musa rovista nel cassetto dei sogni e trova la danza. Trova equilibri dove altri avrebbero immaginato pezzi sottratti di una vita intera. Oggi è un ballerino professionista, balla con le stampelle per la Vuyani Dance Theatre, una compagnia di danza contemporanea a Johannesburg.In una sessione di prove viene immortalato mentre si libra in aria, con tutta l’eleganza di un cigno nero. Un soffio, cristallizzato dallo scatto di Alon Skuy.

Ahmed Ibrahim ha 18 anni, ma ha già attraversato una palude di dolore, impastato a tragedia, orrore, rabbia, impotenza e disperazione. Combatteva per forze democratiche siriane (SDF), guidate dalle Unità di protezione del popolo curdo (YPG) e sostenute da una coalizione internazionale composta principalmente da truppe statunitensi. Combatteva per la liberazione della sua terra, in un conflitto a fuoco rimane gravemente ustionato. La pelle è bruciata, la carne viva del volto si piega al dolore e mostra i segni dell’orrore. Viene ricoverato in un ospedale di Al-Hasakah, è il 20 ottobre 2019. La sua ragazza corre da lui, ma non riesce ad entrare nella sua camera, non può vederlo ridotto così. Una infermiera la incoraggia ad entrare e stargli vicino. Gli prende la mano, non riesce a guardarlo. C’è solo rabbia e dolore negli occhi di lei. Lui la guarda implorante, per poter rivedere se stesso in lei.  Ivor Prickett è lì per il The New York Times e scatta, dando un volto alla rabbia e all’impotenza di un popolo stremato dalla guerra.

Settecentocinquantamila tifosi scendono in piazza, il cielo si colora di rosso, come il colore della loro squadra di calcio, il Liverpool che dopo aver vinto la finale di Champions League contro il Tottenham Hotspur sfila per le strade della città osannata come un gruppo di gladiatori all’uscita dell’arena. Oli Scarff è il fotografo che immortala il trionfo.

Il racconto di 4 di 157 storie narrate per immagini dal World Press Photo, in mostra a Bari, al teatro Margherita, sino al 1 novembre.