Phest, le identità del mare

Phest, le identità del mare

Quasi venticinque anni fa Franco Cassano tra le parole di un suo libro ne scrisse quattordici che hanno ridisegnano un equilibrio.

 “Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo.” Sulla centralità del Mare Nostrum gli organizzatori del Phest hanno disegnato l’edizione 2020 del festival internazionale di fotografia e arte di Monopoli.

Sotto la direzione artistica di Giovanni Troilo e la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, la quinta edizione del Phest si snoda tra 23 mostre, secondo la formula tradizionale del festival, alcune nei luoghi storici della città, altre per le vie della zona vecchia, tra il porto e il castello, tra le piazze e i moli. 

“PhEST nasce da una necessità, quella di provare a restituire una voce propria alle mille identità che compongono il mare in mezzo alle terre, quella di ridefinire un immaginario proprio e nuovo” scrivono gli organizzatori e tra queste identità ci sono quelle interpretate da Roselena Ramistella John Trotterdi cui vi abbiamo già parlato e poi Millo, Antoine D’Agata, Solmaz Daryani, Endri Dani, Marco Zanella, Igor Gvozdovskyy, Inka&Niclas, Ciril Jazbec, Simon Norfolk, Jan Erik Waider, Luca Locatelli, Giorgio di Palma, Sharbendu De, Dillon Marsh, Igor Siwanowicz, Jacob Balzani Lööv, National Geographic, Google Earth, #PhESTCHIAMATERRA, Piero Percoco, LAND(E)SCAPE.

“La necessità non è quella di cucire la distanza che il Mediterraneo crea tra queste identità perché questo mare semmai le identità le crea e le pone in relazione, ma di ricucire la frattura tra il reale e la sua rappresentazione fuori dal teatro delle verità, dalla scena della verità che spesso l’Occidente è in grado di imbastire”.

Il reale appare così forte e privo di edulcorazioni, almeno sino al primo novembre, data ultima per visitare e ammirare le mostre del Phest.