Ladri di biciclette, la poesia di De Sica

Ladri di biciclette, la poesia di De Sica

“Alla sofferenza degli umili il mio film è dedicato. Se il ridicolo vi è in questa storia, è il ridicolo delle contraddizioni sociali 

su cui la società chiude un occhio; è il ridicolo dell'incomprensione per la quale è molto difficile che la verità e il bene si facciano strada”.

Vittorio De Sica rispose così a chi gli chiese perché avesse girato Ladri di biciclette.

Non avrebbe trovato produttori dopo l’insuccesso commerciale di Sciuscià. L’Italia non era pronta a sentire storie sulla povertà, sulla miseria, sulle lotte tra ultimi. 

Volò il America e gli Studios erano pronti a produrre il suo nuovo film, in cambio però volevano Cary Grant come protagonista, ma De Sica declinò l’offerta, voleva un operaio vero. Quel realismo che è stata quasi una ossessione per lui. 

Ma quel film lo aveva chiaro in mente.

“Io cercavo una vicenda meno straordinaria, nell'apparenza, una vicende di quelle che accadono a tutti, e specialmente ai poveri, e che nessun giornale si degna di ospitare. Il mio scopo è di rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca, anzi nella piccolissima cronaca, considerata dai più come materia consunta”.

Cesare Zavattini dopo aver letto un racconto di Luigi Bartolini, pubblicato sulla rivista “Città” nel 1944, suggerisce a De Sica di leggerlo. Da lì nasce l’idea del film, che in realtà stravolgerà il racconto di Bartolini.

De Sica chiama intorno a se alcuni tra i più grandi sceneggiatori italiani, oltre a Zavattini, Suso Cecchi d’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri, Gherardo Gherardi.

Assistente alla regia fu Sergio Leone, che in seguito ricordò i lampi di genio di De Sica che arrivavano dal niente come fulmini a ciel sereno, come quando erano a Porta Portese, iniziò a piovere e De Sica gli disse “voglio approfittare di queste luci stupende, mi piacerebbe vedere una compagine di dieci, quindici preti rossi, quelli della propaganda Fides”. Era un visionario, come ogni fotogramma dei suoi film.

Tessera dopo tessera i sette sceneggiatori composero il mosaico.

Nacque così il capolavoro mondiale del neorealismo italiano. 

Il regista Billy Wilder (A qualcuno piace caldo, Il viale del tramonto, Quando la moglie è in vacanza) dopo aver visto Ladri di biciclette disse che il film era “da vedere in piedi con il cappello in mano per rispetto al capolavoro che De Sica e Zavattini avevano creato”.

Nulla fu lasciato al caso, tutto rispondeva al disegno, alla visione di Di Sica e dei sei sceneggiatori (sette con lui) che l’hanno scritto. Nel salotto di casa di Vittorio discutevano ogni giorno per ogni più piccolo particolare. 

Fu estenuante il battibecco tra Suso Cecchi D’Amico che riteneva che il protagonista Lamberto Maggiorani dovesse uscire di casa portando sotto il braccio Il Tempo, Sergio Amidei invece pensava fosse più giusto che il protagonista portasse l’Unità. Infine Cesare Zavattini riteneva più calzante al personaggio che non ci fosse alcun giornale, ma che Maggiorani uscisse di casa con una mela in mano. I tre non riuscirono a mettersi d’accordo su questo piccolo ma significativo particolare. A dirimere la controversia fu De Sica che disse “Per il cinema che voglio fare io la cosa giusta è la mela”. Fine della discussione. O meglio di una delle mille discussioni che ogni giorno animavano il salotto di De Sica. I figli del regista ricordano ancora le urla concitate di Zavattini e del padre provenire dal salotto.

De Sica aveva chiara la sua visione del cinema e di quello che voleva raccontare. Per lui gli eroi erano gli umili, i deboli, gli oppressi.

Charlie Chaplin una volta disse “Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici, l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che macchine l’uomo ha bisogno di umanità. Più che intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto”. E non poteva che essere lui il regista che ha illuminato il lavoro di De Sica. Chaplin fu per De Sica il più grande tra i grandi, fonte continua di ispirazione.

Quando portò Umberto D. in America, il regista italiano assistette ad una proiezione privata ad Hollywood. In sala c’era il suo maestro, Charlie Chaplin. De Sica aspettò la fine del film e cercava un movimento, uno sguardo, una qualsiasi reazione. Chaplin rimase immobile sulla sua sedia. De Sica non riuscì più ad aspettare e andò da lui. Lo trovò in lacrime. Appena Chaplin lo vide gli disse “De Sica vada via di qua, non capirebbero niente della sua arte. Lei è un poeta, scappi, non fa per lei l’America”.

Aveva avuto l’approvazione del suo maestro, di quello che riteneva il più grande tra tutti. ma non fu l’unica volta. Sei anni prima, nel 1946 De Sica partecipò ad una  festa hollywoodiana a casa dell’attrice Merle Oberon, c’era il gotha di Hollywood, da Judy Garland a Chaplin. Proiettarono Sciuscià e alla fine del film il frastuono roboante che faceva da sottofondo ad ogni festa, fu sostituito da un silenzio assordante. Nessuno osava parlare e De Sica temette il peggio, un fiasco per il suo film, per quella storie di due giovani e poveri lustrascarpe. Sin quando Chaplin, il maestro, si alzò e andò da lui con le lacrime agli occhi e disse “De Sica, torni in Italia perché qui è troppo presto per film così”.

Il genio di De Sica è riuscito a travalicare i confini fisici tra le persone. Ad ogni latitudine, in ogni angolo del mondo quelle storie sono state capite, sentite direttamente sulla pelle.  

Luchino Visconti diceva di lui “Vittorio fa tutto e fa tutto bene. Come Tiziano”.

De Sica era in grazia di Dio, girava un capolavoro dopo l’altro.

Ladri di biciclette si incastra nel mezzo tra Umberto D. e Sciuscià 

“Perché pescare avventure straordinarie quando ciò che passa sotto i nostri occhi e che succede ai più sprovveduti di noi è così pieno di una reale angoscia?” .

Sceglie quindi questa storia semplicissima, il furto di una bicicletta.

“Che cos'è infatti il furto di una bicicletta, tutt'altro che nuova e fiammante, per giunta? A Roma ne rubano ogni giorno un bel numero e nessuno se ne occupa, giacché nel bilancio del dare e avere di una città chi volete che si occupi di una bicicletta? Eppure per molti, che non possiedono altro, che ci vanno al lavoro, che la tengono come l'unico sostegno nel vortice della vita cittadina, la perdita della bicicletta è un avvenimento importante, tragico, catastrofico” disse De Sica. 

Per realizzare i manifesti e le locandine del film viene chiaro il pittore Ercole Brini che dipinse i bozzetti a tempera ed acquarello.

Il film era finalmente pronto per le sale cinematografiche. Uscì il 24 novembre del 1948, ma fu un disastro commerciale. 

Troppo vicina la guerra, gli italiani volevano voltare pagine e dimenticare la povertà. Chiusero gli occhi per non vedere se stessi e quel capolavoro universale che sarà testimone per sempre di ciò che eravamo.