Ada Negri, spirito indomito

Ada Negri, spirito indomito

Ada Negri non ha avuto dal destino le carte migliori. Nasce poverissima e ad un anno rimane orfana del padre.

La madre Vittoria per mantenere la famiglia lavora tredici ore in un opificio per una paga di 1,75 lire al giorno.

“Ma una indomita fiamma in me s’alberga” scrive Ada nei suoi versi. Quella fiamma che la porta prestissimo ad emergere. Diventa ancora minorenne, insegnante, e di quella classe con 109 alunni sporchi e pieni di pidocchi lei ne era innamorata perché quei “diavoli scatenati” le somigliavano. 

Insegna e al contempo scrive poesie, di getto, in un flusso impetuoso che la tiene sveglia tutte le notti. Le prime diventano un libro Fatalità che riscuote un tale successo di pubblico e di critica che il ministro Zanardelli con decreto le conferì il titolo di docente “per chiara fama”.

Tutti leggono le sue poesie, tutti la amano. Diventa amica di Anna Kuliscioff che considererà sua “sorella ideale” e con la quale terrà una lunga relazione epistolare, così come con Filippo Tommaso Marinetti e con Eugenio Montale.

Combatterà la miseria e nutrirà sempre un desiderio di rivalsa, una rabbia profonda per la sua condizione economica, e per l’essere donna in un’epoca in cui questo significava essere un individuo inferiore. Nelle sue poesie cantava i contadini, gli operai, i minatori e sulla miseria scrisse “non mi vedrai, non mi vedrai sfinita. Su le sparse rovine e su gli affanni brillano i miei vent’anni”.

La sua seconda raccolta di poesie Tempeste viene aspramente criticata da Luigi Pirandello che definì i suoi versi senza ritmo. A lei che aveva voluto sperimentare una certa libertà metrica questa accusa rimase impressa, tanto da pensare per tutta la sua vita di non aver mai scritto la sua grande opera. 

Fu candidata due volte al Nobel per la Letteratura, nel ’26 quando fu assegnato a Grazia Deledda (unica donna italiana a vincerlo) e nel ’27 quando l’onorificenza toccò a Henri Bergson

In compenso Ada Negri fu l’unica donna ad essere ammessa all’Accademia d’Italia. 

Quando il ricco impresario Giovanni Garlanda legge i suoi versi si innamora perdutamente di lei, tanto da chiederle di sposarlo. Dalla loro unione nascerà Bianca, amata figlia che mutò la sua poesia, incentrata d’ora in poi sui sentimenti per la figlia e Vittoria, morta prematuramente ad un mese della nascita. 

La sua nuova condizione di moglie e madre non fermò il suo spirito indomito. Amica di Ersilia Majo, fondò con lei l’asilo Mariuccia per bambine, adolescenti e donne che si prostituivano. 

Le fu assegnato il premio Giannina Milli che le garantiva una rendita vitalizia per dieci anni, ma ci rinunciò per farlo assegnare alla scrittrice Sofia Bisi Albini.

Fu messa all’indice da una società bigotta che la bollò come “turbolenta”, ma Ada non si fermò mai e ad ogni accusa rispondeva con i suoi versi furenti e impavidi. 

“Il mio nome io l’ho nel viso, e nell’ardore del mio selvaggio riso”.