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Erwitt, lo sguardo sull’umanità

Erwitt, lo sguardo sull’umanità

Un grande palazzo di Soho a Manhattan, scuro, imponente, una lunga serie di finestre, soldati schierati uno accanto all’altro 

e in basso a destra, una piccola bottega Tony’s of worth street, dipinta di bianco. Davide contro Golia.

Inizia così il percorso della mostra Icons di Elliott Erwitt al teatro Margherita di Bari. Organizzata e promossa da Cime in collaborazione con Sudest57, e curata da Biba Giacchetti e visitabile sino al 31 marzo.

Elliott Erwitt aveva l’innata capacità di cogliere la visione d’insieme in ogni istante, facendo semplicemente un passo indietro. Il suo obiettivo è lontano e cattura tutto, il soggetto, ciò che gli ruota intorno, l’aria che si respira sino a far sentire in chi guarda odori, umori ed emozioni. Trascende la pellicola con il suo umorismo, “Mi piacciono le foto che parlano della condizione umana, che hanno un’opinione” dirà in una intervista. E i suoi scatti sono sempre un punto di vista. Fotografa la bellezza, l’ironia, la grandezza. I suoi occhi mantengono l’incanto di un bambino e al tempo stesso sono rivelatori dell’animo umano. Fotografa Marilyn Monroe più e più volte, dicendo di lei “dal vero non era la bellezza perfetta che si pensa, ma bastava puntare l’obiettivo su di lei ed era praticamente impossibile non fare una buona fotografia. Lei letteralmente flirtava con la macchina fotografica. E anche quando non sembra, sapeva esattamente quello che stava facendo e cosa avrebbe ottenuto, un talento naturale”. La definì “molto simpatica e molto intelligente”, andò oltre lo sguardo ammaliante, il sorriso tanto studiato per essere perfetto, le forme conturbanti, fece ciò che il mondo non riuscì a fare.

La fortuna, gli è stata accanto nei tanti scatti frutto del caso come quando era a Mosca nel 1959 ad una fiera dell’industria americana per conto della Westinghouse e assistette all’alterco tra Krusciov e Nixon. Iniziò a scattare e immortalò Nixon, occhi sgranati e dito puntato su Krusciov, il russo fermo con gli occhi chiusi. Apparentemente un manifesto della forza americana. Lo scatto fu utilizzato senza il suo consenso durante la campagna per la rielezione di Nixon “che per fortuna non vinse” ricordò Erwitt.

Fu a Cuba nel 1964, in un periodo di forti tensioni tra Stati Uniti e Cuba,  arrivò all’Havana con una troupe cinematografica canadese che doveva realizzare un documentario. Incontrò Castro e Che Guevara. “Erano il giorno e la notte - disse - esuberante Castro, chiuso Il Che”, nonostante ciò le sue foto sono tra le poche in cui sorride. Si creò un feeling “feci un passo indietro e gli lasciai il suo spazio”. Il Che in cambio gli regalò una scatola di sigari cubani.

Le foto si susseguono una dietro l’altra, bellissime, inconfondibili. Era il 1971, a New York, sul ring ci sono Joe Frazier e Muhammed Alì per il match del secolo, la prima di tante sfide tra i due. C’è tutto, i due campioni del mondo, i fotografi al bordo ring, la folla impazzita e lui, distante a immortalare il momento.

Sapeva cosa sarebbe accaduto e aspettava pazientemente l’attimo, come al museo del Prado, sette uomini intenti ad ammirare La Maja desnuda e una donna, da sola accanto a loro che guarda la Maja vestida. Un passo indietro ad aspettare il momento.

Gioca con le immagini, svela senza mostrare. Nel 1965 è a Venezia e scatta una foto che è un ossimoro. È in un museo, il suo obiettivo si sofferma su una serie di quadri che per un gioco di luci non si vedono.

C’è tutta l’America di Steinbeck e Kerouac, c’è il Furore e La Strada, tutta la grande epopea dei campi sconfinati, delle possibilità, dei sogni infranti, del futuro che bussa alla porta, del tutto o niente, racchiusa in uno scatto realizzato in Wyoming, 1954, durante un coast to coast, dal lunotto della sua auto realizza uno dei suoi capolavori. Un’auto e un treno a vapore, tra i due il nulla dei campi sconfinati del Midwest e l’immensità di un attimo senza tempo.

Fotografava la condizione umana e con essa le sue emozioni. L’amore naturalmente, con California Kiss, il suo scatto più celebre, rubò un attimo di intimità tra una coppia di suoi amici. Lei sorride, lui la respira. Sullo sfondo il mare e il tramonto. Un momento privato, ritrovata per caso tra i suoi provini 25 anni dopo averlo scattata, nel 1955.

E ancora Parigi, la Tour Eiffel sullo sfondo, un uomo che come in volo danza davanti ad una coppia, celebra il bacio che sta arrivando, lei con i lunghi capelli bagnati, gli ombrelli riversi dal vento e l’amore che trionfa su tutto.

E poi la Provenza, una bici, un nonno e un nipote, un lungo sentiero alberato, una strada vuota, baschi e baguette per quel tipico sapore di Francia e un piccolo espediente, un sasso per terra, messo nell’esatto punto in cui il bambino avrebbe dovuto girarsi e guardare nell’obiettivo. Capolavoro.

Elio Romano Erwitz, nato a Parigi da esuli ebrei russi, visse in Italia sino al ’38 quando le leggi razziali costrinsero lui e tutta la sua famiglia ad emigrare negli Stati Uniti, patria delle opportunità, dove divenne Elliott Erwitt.

Il respiro delle sue foto è sempre ampio. Anche nella lunga serie di immagini scattate ai suoi amati cani. Decide di cambiare la prospettiva, guarda il mondo con i loro occhi e quindi pavimenti, strade, molte scarpe e naturalmente zampe, come quelle di Felix, Gladys and Rover, uno dei suoi scatti più celebri. L’infinito del mare, la potenza di un cielo tra nuvole e sole, la luce che si infrange su tutto prepotentemente. E un cane, il suo amato Sammy - un cairn terrier che scorrazzava libero sulla spiaggia degli Hampton - di cui si vede poco più della coda a scavare una buca. L’attimo di ironia in una foto che ha il sapore dell’eternità.

Indimenticabile lo scatto realizzato ad un levriero bianco con una rosa di Balenciaga al collo. Eleganza pura per il numero di luglio del 1999 di Harper’s Bazaar dedicato a Liz Tilberis, La blanche in onore dei suoi capelli bianchi. Direttrice di British Vogue prima e di Harper’s Bazaar dopo, li portò entrambi al successo planetario. Fu una delle più grandi sostenitrici della ricerca sul cancro alle ovaie, che la afflisse sino alla fine dei suoi giorni. Quel cane bianco fu il suo omaggio personale, che si affiancò a quello di tutti i fotografi che lavorarono con lei e che realizzarono una monografia in bianco in suo onore. Un’immagine, uno stato di grazia.

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