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Tutta la verità in uno scatto

Tutta la verità in uno scatto

Si può raccontare il mondo e ciò che accade tendendo il più possibile alla verità, 

ma come e quando quelle parole saranno percepite come reali e veritiere non è dato sapere. Un flusso massiccio e incontrollato di informazioni porterà il lettore ad essere in balia dello sbando.

Le immagini, prima della intelligenza virtuale, erano assolute, o quasi. Fornivano una via non battuta, che se percorsa poteva portare a comprendere la verità. Nel 1955 quando ad Amsterdam fu creata la fondazione World Press Photo l’idea era proteggere la libertà di informazione, inchiesta ed espressione. Sono passati quasi settant’anni durante i quali le immagini hanno raccontato il mondo, senza preconcetti, senza filtri.

Quest’anno nella sua 66esima edizione, il concorso ha visto 3.752 fotografi provenienti da 127 paesi per un totale di 60.448 fotografie che sono testimonianza di come vivono gli afghani sotto il controllo dei talebani, delle conseguenze dell’utilizzo incontrollato dell’acqua in Asia e negli Stati Uniti, delle inondazioni in Australia, della guerra in Ucraina. 

Un verde intenso e brillante spicca sul fucsia e sul rosso, quasi un quadro astratto e bellissimo, in realtà sono le immagini delle alluvioni che hanno devastato l’Australia catturate grazie alla tecnologia agli infrarossi del NSW Spatial Services, con pellicola Kodak Aerochrome.

Non un vezzo artistico ma una modalità scientifica per distinguere con maggiore precisione l’acqua dal resto, per poter contare i danni.

Chad Ajamian realizza così il suo meraviglioso e devastante reportage fotografico nella sua terra natia.

L’Africa cresce e invecchia, 55 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza e oltre il 60% vive in paesi a basso reddito. L’invecchiamento della popolazione non è al centro delle politiche governative degli stati africani e il risultato sono milioni di persone dimenticate e Lee-Ann Olwage con i suoi scatti li rende visibili, immortalando una donna, seduta tra la folla che scorre, lei con il suo sguardo rivolto verso l’alto, un sorriso accennato e i suoi abiti che richiamano il giallo di un campo di grano e il verde di uno sfavillante smeraldo. 

Cina penisola di Shandong, nella baia di JiaoZho c’è la piccola città di Qingdao. C’è il mare e la natura ripete ogni giorno il suo incanto, più in là ci sono tutte le opere incompiute della bolla immobiliare, decine di scheletri di grattacieli che hanno indebitato la popolazione oltre misura. Oggi vivono in case che non saranno mai completate, con il beneplacito di tutti. Nonostante le difficoltà di comunicare con il resto del mondo, c’è chi resiste a questo isolamento forzato, chi continua a parlare, raccontare e denunciare ciò che accade con webcast live. Una flebile luce, quasi si perde nell’oscurità di uno di quegli ecomostri, è un uomo, seduto in una stanza della sua non-casa, senza finestre, solo una manciata di mattoni a impedirgli di cadere nel vuoto, una scrivania e una pianta, unica voce di una vita che cresce e fiorisce nel nulla. L’uomo racconta online una storia che il mondo ignora nell’immagine immortalata da Weimin Chu.

Attimi che scongiurano l’oblio.

 

Il World Press Photo sarà visitabile al teatro Margherita sino al 10 dicembre (per tutte le informazioni cliccate qui).

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