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C’era una volta Giambattista Basile

C’era una volta Giambattista Basile

C’era una volta e ora non c’è più un mondo alla rovescia dove il senso è nella natura delle cose non nell’immagine che riflettono.

C’era una volta Giambattista Basile o Gian Alesio Abbattitus, come si firmava in alcuni dei suoi libri, il primo e più importante favolista italiano. Era il 15 febbraio del 1566 quando, da un trovarobe e un’attrice, nacque a Giugliano in Campania “un uomo di cuore e di cervello, un brav’omo...di grande rettitudine e bontà e sete di giustizia, ricco di affetti, di rimpianti e di nostalgie... da qui un abito moralista che lo porta a vagheggiare sentimenti e i valori più autentici dell'uomo e a trovare rifugio nelle ingenue trame delle fiabe popolari” come lo definì molti anni dopo Benedetto Croce.

Inventò favole per adulti e bambini, trascrisse per primo quei racconti popolari che di voce in voce si tramandarono per secoli. É sua la prima versione scritta di Cenerentola, chiamata Gatta Cenerentola, molti anni prima che Perrault la rese famosa. Sua Raperonzolo, la favola de La bella addormentata nel bosco da lui fu chiamata “Sole, luna e Talia”, Il gatto con gli stivali da lui intitolato “Gagliuso”.

A Creta, a quei tempi Candia, frequentò l’Accademia degli stravaganti di Andrea Cornaro, facendosi chiamare Pigro Stravagante, svelando tutto il suo essere e i suoi intenti, come lui stesso ne scrisse nel suo capolavoro Il cunto dei cunti “un’accademia detta degli Stravaganti: la quale aveva per impresa un cane fuor di strada, col motto: Et per invia! Il Basile ne fece parte col nome del Pigro Stravagante” e poi la più celebre Accademia degli oziosi di Napoli fondata da Giovanni Battista Manso, dove artisti e pensatori si incontravano al chiostro della chiesa di Santa Maria a Caponapoli per far germogliare pensieri.

Amava scrivere del caso, della fortuna, di muse, fate e orchi, capovolgeva l’ordine precostituito creandone uno, a immagine della sua fantasia, popolato di “buffoni regalati, furfanti stimati, poltroni onorati, assassini spalleggiati, zanettoni patrocinati e uomini dabbene poco apprezzati e stimati”.

Nel suo barocco irraggiungibile scrisse Il cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille chiamato anche il Pentamerone, una raccolta di cinquanta favole narrate da dieci vecchiette nell’arco di cinque giorni, partendo dalla storia della principessa Lucrezia detta Zoza, dalle sue lacrime raccolte in un’anfora e dai racconti di Ciulla Musuta, Tolla Nasuta e Popa Gobba. 

Per definirne le vette e descriverne la bellezza bastano le parole di Benedetto Croce che nel 1924 ne fece la prima traduzione dal napoletano all’italiano, con l’intento di renderlo più universale, Il cunto dei cunti è “il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari”.

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