Novanta, la paura, quarantotto il morto che parla, tredici sant’Antonio che fa la grazia.
Numeri, sogni, desideri, la speranza di indirizzare il fato, chiedendogli un dono, il riscatto dalla miseria che in una vita senza sogno non sarebbe possibile.
“Il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni il popolo napoletano sogna il suo grande sogno”.
Matilde Serao nel suo Il ventre di Napoli, pubblicato per la prima volta nel 1884 da Treves parla del lotto come di una religione.
Non fu l’unica a vederlo così, per Benedetto Croce era l’estensione della religione vissuto dai napoletani come un culto, una liturgia.
Ernesto De Martino parla di un rituale per sfuggire alla misera economica e psicologica di un popolo che vede arrivare un destino sempre ostile.
Raffaele La Capria parla di mitologia del lotto mentre per Domenico Rea è una religione senza eresia.
Non un vizio, non il semplice piacere di una scommessa ma la promessa di un futuro migliore. La vera religione popolare, risposta disperata alla miseria ineluttabile della città. Un miracolo laico.
“Il lotto ha una prima forma letteraria, rudimentale, analfabeta, fondata sulla tradizione orale come certe fiabe e certe leggende. Tutti i napoletani che non sanno leggere, vecchi, bimbi, donne, specialmente le donne, conoscono la smorfia ossia la Chiave dei sogni a memoria e ne fanno speditamente l’applicazione a qualunque sogno a qualunque cosa della vita reale” scrive ancora Serao.
Ogni evento della vita è un numero che dispensa fortuna lì dove non ci sono strade per raggiungerla.
“Tutto a Napoli serve per il lotto. Un morto che passa, una lite sulla via, un bambino che cade, una parola letta in un libro, un sogno confuso della notte: tutto si traduce in numeri, tutto diviene una combinazione cabalistica”.
Offre risposte a chi non ne ha, dal lavoro, dallo Stato, dalle istituzioni, da un dio sordo alle suppliche e ai dolori.
«Il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è la speranza grande, la certezza luminosa che l’avvenire sarà migliore del presente... Questo popolo non ha nulla, e il lotto gli dà tutto; gli dà la ricchezza, la casa, la veste, il cibo, la felicità.»
E per quel sogno che li eleva, che gli offre la possibilità di una gioia estesa e reale, “Per il lotto il napoletano digiuna; per il lotto si spoglia dei suoi abiti; per il lotto impegnerebbe la sua anima a Satanasso”.
Il bisogno di aver qualcosa in cui credere e il riuscire a farlo, credere nella possibilità di qualcosa di bello, di nuovo, di fresco in una vita altrimenti cupa non lascia spazio a critiche per chi lo trova e lo fa suo, le critiche sono a chi su quello ci lucra, ai napoletani riserva solo amore “…a questo popolo eccezionalmente meridionale, nel cui sangue s’incrociano e si fondono tante gentili, poetiche, ardenti eredità etrusche, arabe, saracene, normanne, spagnuole, per cui questo ricco sangue napoletano si arroventa nell’odio, brucia nell’amore e si consuma nel sogno: a questa gente in cui l’immaginazione è la potenza dell’anima più alta, più alacre, inesauribile, una grande fantasticheria deve essere concessa. È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla”.
Ma nella sua Napoli, in quella città bella e perduta “come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all’ozio; come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto”.
