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More, promessa di libertà

More, promessa di libertà

I rovi, lungo le strade di campagna, rendono inaccessibili i terreni se non dai varchi sottratti alla loro crescita selvaggia e impetuosa.

Crescono e crescono le loro spine, intrecci di tralci che toccando il terreno mettono radici, barriere insormontabili. Tra i rovi le more, in estate, quando il sole del meriggio scalda seccandola anche una pianta grassa. Nera matura dolce, polidrupa, il ricettacolo attaccato al frutto consente di non sporcarsi le dita ma di colorare lingua e labbra di un blu viola intenso. Lasciano traccia le more in chi le gusta e le apprezza, colora e smaschera chi ha voluto assaggiarle anzitempo sottraendole in maniera furtiva dal cesto nel quale la mano del raccoglitore di passaggio le aveva deposte su foglie di fico. Molte cultivar oggi hanno perso le spine, l’uomo le ha sapientemente modificate, si coltivano nei giardini senza il rischio di vederle proliferare come rampicanti pronte a colonizzare nuove fasce di terreno.

Le more hanno carattere, conservano qualcosa di selvaggio e imprevedibile quando incontrano le papille gustative. Sprigionano note di boschi di terra di passione. Sembrano tenere e affettuose, nascondono bene la loro indole irrequieta alla ricerca della libertà assoluta, come se ci fossero ancora spine pungenti a difenderle dai predatori. Mangiarne una dopo l’altra, con altri frutti rossi, oppure disporle su una crostata alla crema, unirle alla ricotta o decorare un gelato fior di latte, le more si prestano a varie declinazioni fiere del loro potere. Colorarsi di blu viola intenso è promessa di libertà.

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