Inferno, lì dove albergano le anime punite per i loro peccati in vita. Inferno e pensi alla cantica di Dante, la prima, e la Divina Commedia.
Inferno che è quello della vita, delle prigioni e delle pene. Poi Inferno di Roger Ballen, dove le immagini danno vita a ciò che regna nell’inconscio e nei ricordi. Una serie di fotografie che suggeriscono che “l’inferno non è un luogo di fantasia al di fuori di noi, ma una realtà psicologica che già abitiamo”, suggerisce l’autore. Osservare quelle immagini è confrontarsi con le nostre conoscenze, con il nostro io, con le nostre domande e le possibili risposte.
Dante è suggeritore, i suoi versi diventano fotografie possibili di un inferno dei viventi. Ispirate “inizialmente a uno scatto realizzato nella cella di un carcere femminile abbandonato, durante le riprese di Memento Mori, un film girato nel 2004” da Roger Ballen, “in quella cella una detenuta aveva oscurato con la vernice nera i vetri della finestra per incidervi sopra delle figure”. Ballen grazie alla collaborazione con Marguerite Rossouw ha creato un nuovo metodo per generare immagini.
Le opere, il bianco che emerge dal nero e anima ombre e inquietudini, dà forma ai versi e alle storie, rappresenta episodi e umori. Eppure nel susseguirsi delle fotografie ci si perde in se stessi, in quelle stesse ombre che agitano i sogni, oscuri, e nei ricordi di alberi, di passi letti, di finestre sbarrate, di vetri e di specchi.
Inferno di Roger Ballen visibile ancora per pochi giorni al castello Carlo V di Monopoli per il Phest.
