Visioni d'insieme

Le dune di sale di Margherita di Savoia

Le dune di sale di Margherita di Savoia

Sfumature leggere, appena percepibili, il bianco che si fa celeste, piccole macchie di verde acqua

Il bianco dirompente appare ancora. Infiniti grani di sale, dune a perdita d’occhio.

Un senso di eterno, le nuvole vanno verso un punto all’orizzonte che sparisce in altri luoghi, lo spazio senza fine come un attimo, il riflesso di due mondi opposti che si incontrano, così lontani, così vicini. Così abbracciati da sembrare uno.

Come può il vuoto riempire il cuore? Respira, lentamente, ancora, respira. Più profondamente, più intensamente. Tutto gira intorno a te, tutto vive in un’armonia perfetta, in quel silenzio.

Le saline di Margherita di Savoia si estendono senza fine per 20 chilometri di sale e acqua di mare che raccontano una storia antica, di un lago, Salpi, di acque palustri e salmastre, dei salinari che gli costruirono intorno un villaggio di capanne di fango, paglia e canne e poi l’arrivo di Luigi Vanvitelli nel Settecento, l’architetto che progettò la Reggia di Caserta, dopo la decisione del re Carlo III di Borbone di comprarle e renderle pubbliche. Le mappe, i disegni, le relazioni tecniche scritte a penna sono ancora conservate nel museo della Reggia di Caserta, calcolò le pendenze tra le vasche, per far defluire l’acqua in maniera naturale. Elaborò un sistema di canalizzazione e successione delle vasche evaporanti e salanti che ha ridato alla natura ogni compito. Nulla o quasi viene fatto dall’uomo, se non la raccolta. L’armonia di un luogo senza tempo è nel silenzio. Il tempo scorre, arrivano gli anni Trenta del Novecento che porta a Margherita di Savoia l’ingegnere e architetto Pier Luigi Nervi, lo stesso della sala Nervi in Vaticano, progetta un immenso magazzino del sale parabolico, senza pilastri interni per permettere ai macchinari di muoversi agevolmente. Una cattedrale laica del sale, oggi abbandonato, corroso dal sale, tutelato dal Ministero della Cultura tramite una dichiarazione di notevole interesse storico-artistico. Non si può abbattere, andrebbe riqualificato, si parla di un museo storico del sale, solo parole. Resta il ferro corroso, le finestre rotte, i calcinacci che cadono, capolavoro che si ripiega su sé stesso e muore.

Le dune di sale si susseguono, la riserva naturale dello Stato e zona umida di valore internazionale secondo la Convenzione di Ramsar vive di contraddizioni, come il Sud che la circonda. La salina più grande d’Europa oggi produce il 97% del sale italiano e il 76% del sale europeo, ma il bianco bruscamente viene rotto ai ruderi di capannoni che gridano un passato glorioso.

Il trenino corre, le vasche salanti sono rosa, la dunaliella salina e l’Artemia salina sono le uniche a sopravvivere in quelle acque ipersalate, che rendono rosa i fenicotteri che di loro si cibano. Nell’acqua madre null’altro cresce e vive. Sul fondo si deposita il fango vergine, che nasce spontaneo dal sale e dalla decomposizione delle microalghe che rende celebri le terme.

Sugli argini delle vasche spunta la salicornia, l’asparago di mare con i suoi rami carnosi che assorbono il sale.

Scampoli impavidi di vita che prosperano contro ogni aspettativa.

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