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Carlo Levi, un confino senza confini

Carlo Levi, un confino senza confini

A Torino frequenta Gramsci, Einaudi, Pavese e poi a Parigi Modigliani e di quelle amicizie si nutre.

Sempre in bilico tra impegno sociale e politico, pittura e letteratura.

L’adesione al movimento antifascista Giustizia e libertà di Carlo Rosselli lo porterà all’arresto e al confino in Lucania dove scriverà Cristo si è fermato a Eboli, ma quella terra contadina, umile, aspra svela la profonda umanità che combatte ogni giorno per non perdersi, per resistere all’inaridimento dell’anima. Dipingerà quei volti e quella terra più e più volte, perderà la leggerezza, la spensieratezza e acquisirà una solidità marcata. Nei quadri di Carlo Levi in mostra a Palazzo Lanfranchi a Matera si legge la storia di un uomo profondamente vicino alle persone, alla loro condizione d’essere. Come pittore cercò inizialmente la libertà “in opposizione contro i falsi miti novecenteschi, gli arcaismi, i populismi totalitari, le mistificazioni moderne della retorica e dell'accademia e dell'attivismo e vitalismo futurista”, ma tutto in lui si mesceva dalla politica all’arte, nessun confine, nessun argine. Anche nei dipinti era chiara la lezione imparata dal suo maestro Piero Gobetti che c’è un unico fine per tutte le attività dello spirito umano: la conquista della coscienza di sé e della piena, totale liberazione di sé nel mondo.

Nelle sale ampie del palazzo del 1600 i quadri di Levi raccontano le emozioni di un uomo, dalla famiglia con il ritratto Il fratello e la sorella e Luisa, la sorella,  ritratta più volte. La politica sempre tra le setole del pennello, ritrae l’economista e politico antifascista Ernesto Rossi, la lieta calma voluttà del viso di Giovane donna (1934) e poi con il passare degli anni la Lucania, le persone che con lui vivevano tra quei vicoli, Michelino, gli occhi grandi e scuri come i capelli e le braccia dietro la testa, lo sguardo già profondo e duro come la sua terra.

E poi Giovannino e Nennella, un bambino pastore e la sua capra. Sono lontani i tempi di Torino 1926 con i suoi palazzi alti che si avvicinano al cielo. Lontani i tempi del ritratto dell’amico Leone Ginzburg.

Ma tutto è legato, i legami non si recidono mai veramente e Levi conserva le trame nella sua memoria, diventano parte di sé, dell’uomo che ha creduto nel riscatto, nel prendere parte dei più deboli, nella denuncia, nel senso sociale della vita.

Tornò lì dov’era stato confinato, più volte, una parte di lui rimarrà per sempre tra quelle bocche affamate, nel senso di sconfitta che ti accompagna per tutta la vita, la rassegnazione al dolore, ma anche la speranza, la lotta, la bellezza di una poesia che è un inno alla vita, come nei versi dell’amico Rocco Scotellaro che dipinge e ridipinge sempre, che sia visto, letto, raccontato.

La dignità, la capacità di essere pur non avendo nulla.

Erano tutti li in un anfratto del suo cuore, viaggiò, vide e sentì altro, ma mantenne la promessa fatta ai cittadini di Aliano, “tornerò” e così fece. Le sue spoglie riposano lì, in Lucania.

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