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Nel 1087 quando le reliquie di San Nicola furono traslate nel capoluogo pugliese, a Sannicandro di Bari,
piccolo paese a due passi dal capoluogo, all’interno del castello, fu eretta da Emma d’Altavilla figlia del Gran Conte Ruggero di Sicilia e sorella del re Ruggero II una piccola cappella a lui dedicata. Lo stile architettonico è normanno, semplice e rigoroso. Volte a botte, qualche affresco medievale ancora lì sulle pareti. Da una porticina si accede a un cunicolo, via di fuga dagli assedi, che collega il castello alla chiesa Madre.
Un castello doppio, nato in due epoche, la parte interna normanna, risalente al decimo secolo, la parte esterna ennesimo lascito di Federico II. A guscio, quasi unico nel suo genere. Sulle pietre qualche simbolo che rimanda ai templari.
In un documento scritto nel 1272 da Guillaume de Beaujeu, precettore templare di Puglia, in cui chiede a suo cugino Carlo I d’Angiò la restituzione delle terre Templari in Sannicandro di Bari la prova del loro passaggio.
I documenti si sovrappongono, le teorie contrastano, contribuendo a creare quell’alone di mistero che aleggia tra le quattro torri.
Il paese che venera San Nicola al punto di dedicargli il suo nome si è stratificato nei secoli con le dominazioni che ne hanno modellato forma, riti, costumi e tradizioni. Peuceti, longobardi, bizantini, greci, saraceni, normanni.
Uno dopo l’altro, storie che si sovrappongono e che cingono la vita dei suoi abitanti. Le torri del castello si stagliano come sentinelle di una memoria che non svanisce. Qui, la pietra sembra trasudare ancora l’ambizione degli Hohenstaufen e la grazia dei Grimaldi, custodi di un maniero che non è solo una fortezza, ma il diario vivente di una terra che ha saputo accogliere il mondo senza mai perdere la propria anima.
In lontananza la danza degli ulivi mossi dal vento, il verde argenteo che abbraccia il paese e i suoi abitanti.

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