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Al termine della notte

Al termine della notte

Poche parole scritte in rosso e nero all’interno di una cornice rossa. Autore, titolo, editore.

Lo sfondo crema, semplice ed elegante non lasciava presagire nulla di quello che avrebbe rovesciato sul mondo, inghiottendolo.

“S’era fatta notte sul mondo, una notte di cui non si sarebbe più visto il fondo, credo, una notte carica di minacce che non sarebbero finite mai più” scrive Louis Ferdinand Auguste Destouches. Céline era lo pseudonimo scelto per non macchiare la sua nobile professione di medico con quella di squattrinato scrittore, scelse il nome della nonna materna, Céline Guillou.

Scriveva prevalentemente di notte o nelle pause tra una visita e un’altra sui ricettari medici. Poi appendeva i fogli come panni del bucato e li osservava. Cancellava, spostava, riscriveva dando forma all’immagine nitida nella sua mente di quel Viaggio al termine della notte.

La scrittura riflette il suo stato d’animo, una stanchezza abissale e sconfinata che trovava nella sofferenza dei pazienti il suo nutrimento. Stanco di tutto, di un mondo che non era all’altezza e di se stesso per non essere in grado di trovare una cura a tanto dolore.

I fogli riempivano il suo piccolo studio, scriveva e correggeva sino a raggiungere la perfezione, che doveva essere naturale, una pratica ossessiva “Ci vuole un lavoro terribile per far sembrare naturale ciò che non lo è affatto”.

Arriva al termine della sua notte, quasi seicento pagine, urlando con spietata brutalità la sua storia.

Gallimard lo scarta, troppo volgare e lontano dallo stile della letteratura francese, corresponsabile della bocciatura André Gide, membro della commissione valutatrice, che in seguito se ne pentì definendo il libro “straordinario… non assomiglia a nulla di già scritto”.

La piccola casa editrice indipendente Editions Denoël et Steele ha il coraggio di pubblicarlo, usce nelle librerie il 15 ottobre del 1932. I lettori si moltiplicano esponenzialmente, a Parigi tutti parlano di lui. Finalmente qualcuno sentiva come loro.

Favorito per il Premio Goncourt, perde, gli preferiscono il più rassicurante Guy Mazeline.

Il treno era ormai partito, inarrestabile. Trotsky scrisse “Louis-Ferdinand Céline è entrato nella grande letteratura come altri entrano nella propria casa. [...] Ha scritto un libro in cui la disperazione non è un atteggiamento, ma un’essenza”.

Fu una deflagrazione improvvisa, nera, cupa, profonda. Un abisso nel quale Céline fece precipitare il mondo intero inghiottito da un pessimismo assoluto. La famiglia è un nido di risentimento, il mondo un mattatoio grottesco, il corpo umano una parentesi prima della putrescenza. Non c’è speranza, non c’è redenzione, neanche l’amore salverà il genere umano, l’amore “è l’infinito messo alla portata dei barboncini”.

Sceglie il titolo prendendolo dalla strofa di una canzone dell’ufficiale Thomas Legler “La nostra vita è un viaggio/in Inverno e nella Notte/noi cerchiamo il nostro passaggio/in un Cielo senza luce”.

Non c’è luce a illuminare la vita di Ferdinand Bardamu, il protagonista del libro che cerca un altrove che non troverà mai, non sarà l’arruolamento nell’esercito durante la Prima Guerra Mondiale, neanche l’Africa coloniale, né l’America e men che meno, al termine del suo viaggio, il ritorno in Francia. Non c’è salvezza, solo perdizione, dolore, violenza e soprusi.

“Siamo, per natura, così futili, che solo le distrazioni possono impedirci veramente di morire”. Non è ancora rassegnato quando le scrive, un grido d’aiuto rimane inascoltato. Ma Céline/ Bardamu continua a cercare.

“Un’ora sola di vera bellezza, di vera tenerezza, e tutto il resto è dimenticato”. La sua anima sente ancora, il suo cuore batte, aspetta quella sola ora capace di ridargli fiducia. La aspetta, la cerca, la invoca, ma non arriva.

Quando Robinson muore si dichiara sconfitto agli occhi del mondo, il suo viaggio è finito “C’è un momento in cui si è soli, e si è arrivati in fondo a tutto quello che può succedere. È il termine del mondo”.

Non riesce più a cercare, a credere, ad aver fede nel genere umano. Così mette il punto alla sua triste storia, con sei semplici parole “Che non se ne parli più”.

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