Passeggiare a tarda sera tra i vicoli di un centro storico in una cittadina della provincia barese con il suo castello vista mare e monasteri.
Passeggiare tra i vicoli deserti, le luci gialle calde, i locali chiusi con i sacchi dell’immondizia pronti per essere raccolti. Le finestre delle abitazioni serrate, i televisori spenti i cellulari muti sui comodini. Non piove e il cielo stellato è il meritato soffitto di chi ama la notte. Fermarsi ad osservare i piccioni dormienti sui cornicioni. Sentire all’improvviso di essere osservati, voltarsi e vedere un gatto bianco nero incuriosito dalle inutili chiacchiere notturne degli unici viandanti. Un timido miao come un saluto discreto, un voler partecipare con un suono a quel sottofondo che lo aveva distratto dalle sue contemplazioni. Solo un miagolio, timido, sufficiente ad interrompere passi e conversazioni. Un gioco di sguardi, sorrisi e poi una fotografia come ricordo con il cellulare, utile per i pomeriggi d’attesa da osservare puntando il dito e fermare la rapida successione che appare scrollando sullo schermo.
Il gatto resta immobile, si lascia ritrarre conscio della sua statica eleganza e del suo potere seduttivo ed ammaliatore. Pochi minuti un contatto, un incontro di sguardi e di suoni, di parole, di silenzi e di miagolii. Nella notte d’autunno, quando tutto tace, la città dorme prima che inizi il giorno, prima che il sole annunci il suo arrivo con un leggero chiarore ad est, quando tutti riposano, i due viandanti e il gatto hanno ancora qualcosa da dirsi? Forse si son già detti tutto in quello sguardo e in quel fermarsi ad osservarsi. Il saluto è un cenno, l’inclinazione ad un angolo delle labbra in un sorriso, l’arricciarsi di un muso. I viandanti riprendono la marcia, conversano, il gatto resta immobile a guardare la luna.
