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Il tramonto arriva, caldo con le sue sfumature giallo tenue.
Un leggero refolo di vento porta con sé il mare e bisbiglia storie di amori che hanno il sapore del sale. Un campo sconfinato in cui le cicale cantano sino a sera, felici. Mille fiori di carota selvatica danzano al calare del sole.
Erbacce? Per i più distratti che le strappano, piegano, cercando di farle sparire alla vista di chi chiede hibiscus dove crescono ciclamini. Eleganti, una nobiltà antica di merletti e leggende, un profumo dolce.
“Il suo corpo è un campo di carota selvatica che prende il campo con la forza; l’erba non si solleva verso di esso; sono le teste marroni delle erbe che si spalancano sopra gli steli imbruniti del grano, ma ogni stelo è una lancia con un bocciolo bianco che si apre finché l’intero campo è un desiderio bianco, vuoto, uno spazio verde, completo perché la luce del sole è là, che si estende sopra il mondo. Ogni fiore è una macchia di bianco e tutti insieme un campo bianco, dove un uomo può sdraiarsi e guardare in su verso il cielo. Ma il campo non è un desiderio bianco finché non viene toccato dalla mano di un uomo, che porta un’ombra su di esso; allora i fiori bianchi sono come occhi, e l’erba si solleva, e le teste marroni delle erbe sono cariche di semi, e gli steli del grano si spezzano” così scriveva William Carlos Williams nella sua poesia Queen Anne’s Lace del 1921, il fiore metafora del corpo femminile.
La carota selvatica con la sua ombrella composta da centinaia di piccoli fiori bianchi, un pizzo ricamato con cura. Al centro un puntino viola o rosso bruno, un modo per ingannare gli insetti impollinatori e attrarli con promesse di nettare per loro e rinascita per lei. La natura scherza e si fa beffa di sé stessa. Solo quando tutti i fiori saranno impollinati, i semi inizieranno a maturare e l’ombrella si richiuderà in sé stessa, diventando come un nido d’uccelli per proteggere i semi non ancora pronti a disperdersi nel vento.
Progenitrice dell’ortaggio, ha di commestibile solo la radice e solo per un breve lasso di tempo, dopo si rifiuta al palato diventando amara e legnosa.
Assomiglia alla cicuta e solo il dolce profumo di carota che si sprigiona strofinando le sue foglie la distingue dalla temibile cugina.
Toni Morrison ne L’occhio più azzurro scrive “«Se sono erbacce, allora perché sono così belli? ». Guarda la delicatezza del ricamo bianco, così fitto, e il piccolo punto scuro proprio nel mezzo. C’è un legame profondo tra lei e loro. Nessuno ama i merletti di Regina Anna. Eppure loro sono lì, vivi, forti, capaci di riempire il vuoto con la loro grazia. «Se loro sono belli, allora forse lo sono anch’io», pensa. «Basta solo che qualcuno guardi davvero»”. In un campo abbandonato, tra fiori e piante spontanee, al calare del sole.

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