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In autobus

In autobus

Qualche decennio fa c’era una Anna pendolare.

Ci penso talvolta e mi rendo conto che mi manca quel viaggiare, il ricordo è vivo e bello.

Appena sposati io e mio marito abbiamo vissuto per quasi dieci anni in un paese vicino alla nostra città.

Per comodità e anche per evitare lo stress del traffico, soprattutto quello mattutino, durante la settimana ci spostavamo in pullman.

Ricordo che uscivamo di casa quasi sempre di fretta e con la paura di perdere l'autobus, ma una volta saliti e seduti sulle comode poltrone potevamo rilassarci per una ventina di minuti.

Erano momenti magici in cui non potevi fare altro che rilassarti. Le persone che viaggiavano con noi erano quasi sempre le stesse e, dai loro discorsi, pareva che tra loro si conoscessero bene.

I loro volti, man mano che il tempo passava, diventavano meno estranei così come le loro voci che ascoltavo come fossero una piacevole cantilena, una gradevole compagnia di viaggio.

Man mano che i mesi passavano quella cantilena ha cominciato a incuriosirmi, ho iniziato a prestare attenzione alle parole e ai discorsi che sembravano indirizzati a tutti i viaggiatori.

Ascoltavo e osservavo e pian piano tutto quanto è diventato familiare.

Man mano che il tempo passava mi interessavo alle loro cose, a quello di cui parlavano, non più per semplice curiosità. Ascoltarli per me era come entrare a fare parte delle loro vite, delle loro storie, nel loro mondo, per conoscere meglio chi mi faceva compagnia durante il percorso, per sentirmi parte del gruppo.

L’ascolto era il mezzo per rafforzare un legame non scelto, ma diventato tacitamente consolidato, come tra parenti. Era proprio come stare in famiglia.

Era piacevole osservare e sentire i ragazzi che, per lo più allegri, viaggiavano con noi per raggiungere ognuno la propria scuola. Era come tornare indietro nel tempo di qualche anno, quando era molto più facile sognare, non che per noi non lo fosse più, ma eravamo già nell’età delle responsabilità più grandi e più impegnative.

Quelli erano momenti in cui il tempo trascorreva leggero, senza pensieri pesanti e pressanti, con persone con le quali fuori da quel contesto capitava di non salutarci nemmeno, ma se qualcuno di loro mancava per un po’ ti chiedevi pure il perché, con la preoccupazione, a volte, che potesse stare poco bene, che gli fosse accaduto qualcosa.

Ci sono persone che ricordo ancora nitidamente, tra queste una signora che raccontava alla vicina o al vicino di turno qualsiasi cosa, parlava della famiglia, di quello che aveva già preparato per il pranzo, delle faccende di casa, insomma di tutto quello che le veniva in mente di dire, proprio come si fa tra conoscenti stretti, coinvolgendo tutti i presenti con la sua voce vivace. Il suo volto era simpatico e materno e trasmetteva calma e serenità.

Ricordo anche uno dei controllori, un signore dall’aspetto distinto, alto e con fisico asciutto, che indossava la sua divisa con un’eleganza inaspettata che colpiva già alla prima occhiata.

Saliva e con voce calda e profonda, con dizione quasi perfetta, senza accento, diceva “buongiorno signori, biglietti prego” e con le sue mani affusolate obliterava i cartoncini.

Poi arrivò il nostro tanto atteso primo e unico figlio e il pullman cedette il posto alla macchina che prima usavamo solo per spostarci in città e nel fine settimana. L’autobus diventò solo un piacevole ricordo.

Di tanto in tanto ci viene voglia di riprenderlo, anche una sola volta, giusto il tempo per un giretto, andata e ritorno, pur consapevoli del fatto che ora non sarebbe come allora.

Un giretto andata e ritorno per la nostalgia di quello che è stato parte di un periodo spensierato e felice.

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