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Impavido, disperato e onesto come Arturo Bandini c’è solo Arturo Bandini.
Nato dalla penna di John Fante, l’affamato di gloria e a tratti ridicolo personaggio dei suoi libri è talmente vero da diventare reale. Un giovane sprezzante e sicuro di sé, che prende dal mondo quel che non può avere, che cade, con assoluta nonchalance si toglie la polvere di dosso e continua nella sua corsa contro il vento alla ricerca del suo posto nel mondo.
Nel picco poetico e tragico di Chiedi alla polvere, con il suo amore disperato per Camilla, Bandini diventa assoluto, immerso nella sua Los Angeles senza radici né anima. Nella prefazione della prima edizione Fante scrive “Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro” tratteggiando intere generazioni a venire.
Nell’America degli anni Trenta i suoi libri furono un flop. Il suo capolavoro assoluto Chiedi alla polvere fu stampato in appena 2000 copie. Fante lasciò la letteratura. Un talento immenso che il mondo non aveva saputo capire e che sarebbe finito nell’oblio coperto dalla polvere di Bunker Hill se nel 1979 Charles Bukowski non avesse costretto il suo editore John Martin della Black Sparrow Press, a ristampare Chiedi alla polvere. Lo minacciò di non consegnare il manoscritto del suo prossimo libro se non avesse ristampato Fante.
Per il mondo era un vecchio cieco sulla sedia a rotelle con le gambe amputate a causa del diabete, per Bukowski Fante era il suo “dio assoluto”.
Spedì una copia di quella ristampa a Fernanda Pivano, l’unica per cui indossava una camicia e si pettinava i capelli. Lei non lo conosceva, Bukowski “Disse che ero una scema a non conoscerlo, che Fante era il suo dio” e che “Fante è il più grande scrittore che sia mai esistito, il mio maestro”.
Bastarono poche pagine, rimase folgorata, volò a Los Angeles per conoscerlo. Andò a casa sua a Malibù. Nel saggio A Los Angeles con John Fante descrisse quell’incontro “Era un uomo piccolo, consumato dal male, ma con una vitalità feroce negli occhi spenti. Non vedeva, ma muoveva le mani come per afferrare le parole nell’aria”. Lui le prese le mani e le chiese di descrivergli com’era vestita, di che colore avesse gli occhi, per poterla vedere.
L’uomo che tratteggiò Arturo Bandini, l’uomo senza nulla men che meno la paura, piegato dalla vita le ripeteva “Io sono un italiano, Nanda. Scrivo in inglese, ma la mia testa e il mio cuore sono italiani” orgoglioso dei geni del padre Nicola di Torricella Peligna e della mamma di origini lucane Mary Capolungo.
Quarant’anni prima Elio Vittorini inserì il racconto Il mio cane stupido nell’antologia Americana a cui seguì Chiedi alla polvere pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1941 con il titolo Il cammino nella polvere, nella traduzione sempre di Vittorini. Poi l’oblio.
Nel 1980 sulla scia di quel processo iniziato da Bukowski, la SugarCo tradusse e pubblicò Chiedi alla polvere. Poi venne Marcos y Marcos e la consacrazione.
I lettori italiani amarono quel personaggio così vero, coraggioso e sognatore, fuori dagli schemi del tempo, fuori da ogni immagine patinata, sbruffone e passionale, sincero e inconcludente, con tutte le contraddizioni tipiche di un ventenne che vuole tutto, che è affamato di tutto. In Italia, caso editoriale mentre in America era un perfetto sconosciuto. Fernando Pivano divenne sua amica, «Quando gli ho portato le recensioni italiane dei suoi libri, sua moglie Joyce gliele leggeva e lui non ci voleva credere. Diceva: “Ma davvero in Italia mi leggono? Davvero dicono che sono un grande scrittore?”. In America lo avevano dimenticato tutti, in Italia era un re.»
John Fante morì l’8 maggio 1983. Non fece in tempo a vedere l’esplosione mondiale del suo mito, ma morì sapendo che la sua opera era salva. Fernanda Pivano mantenne i contatti con la moglie Joyce e per tutta la vita e continuò a curare le edizioni italiane di tutti i libri postumi di Fante.
Nella prefazione a una delle riedizioni italiane di Chiedi alla polvere, la Pivano ha scritto “Ho passato la vita a incontrare i giganti della letteratura, da Hemingway a Kerouac, ma nessuno mi ha mai dato la lezione di dignità e di coraggio che mi ha dato John Fante sulla sua sedia a rotelle”.

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