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Nei meandri di una caverna, centinaia di metri sottoterra, in un ambiente umido e buio c’è forse l’origine della vita.
Non semplicemente arte preistorica, dal mero intento estetico, come è stato dato di pensare sinora, ma qualcosa di più profondo.
Il filosofo Paolo Pecere e l’artista Domingo Milella hanno dialogato con Nicola Lagioia al teatro Kismet di Bari per la rassegna Umano, non umano aprendo a un nuovo punto di vista.
Rituali propiziatori? Mappature? Segni di affiliazione? Anche ma soprattutto ciò che traspare nell’arte rupestre in tutto il mondo è altro “vogliamo pensare che ci sia un culto, una religione, una visione, una magia, un rituale? Si, può darsi, ma certamente è il frutto di una profonda riflessione sulle origini comuni e sulla stretta interdipendenza tra umani e animali” spiega Pecere.
Nel lungo viaggio che Pecere e Milella hanno fatto vien fuori l’immagine come gesto inutile, inteso come non funzionale, ma come parte di un processo di conoscenza. Riconoscere le forme, fermarle sulla parete, osservarle, capirle, riconoscerle, indica la possibilità di una capacità di narrare una storia.
L’idea che uomini, donne, anziani e bambini si allontanassero dalla loro vita quotidiana, si raccoglievano in cavità, scendevano sottoterra, con i rischi che potevano esserci, accettavano la deprivazione sensoriale di quei luoghi dev’essere legata a qualcosa di più grande.
Della visione antropocentrica dell’uomo non c’è traccia. L’equilibrio tra le diverse forme di vita, l’interdipendenza tra umani, animali e natura creava un legame talmente forte da non presupporre alcuna supremazia. Non è un caso che i faraoni si facessero seppellire accanto agli animali selvatici che avevano cacciato e che nelle grotte in Europa così come in Sud America venissero dipinte figure metà uomo metà animale, suggeriscono Milella e Pecere.
La ricerca di qualcosa di più ampio e profondo è alla base del viaggio di Domingo Milella “la ricerca è l'unica chiave spiegabile. Io posso parlare di qualcosa di intimo, di una necessità. L'archeologia era una scusa per cercare qualcosa di altro, per cercare un altrove, sia nell'immaginazione sia nelle immagini, ma anche probabilmente cercare me stesso. Le grotte sono parte del nostro bagaglio di paesaggio inconscio”.
Nell’incontro voluto e curato da Nicola Lagioia c’è l’inizio di un discorso più ampio, non ancora compiuto. Un accenno a quella che potrebbe essere una suggestione, una visione diversa. Pecere e Milella hanno suggerito un’idea che, speriamo presto portino a compimento.

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