Visioni d'insieme

Erica Mahinay, Rhythms, T293

Erica Mahinay, Rhythms, T293

C’è qualcosa di volutamente antimonumentale nella nuova mostra di Erica Mahinay da T293.

Rhythms non cerca l’impatto immediato che caratterizza molta pittura contemporanea di grande formato, inclusi i lavori esposti precedentemente in galleria (è la quarta mostra, la prima negli spazi di piazza del Catalone). Al contrario, la mostra costruisce il proprio linguaggio attraverso una dimensione quasi trattenuta: ventiquattro lavori di piccolo formato che obbligano lo spettatore a modificare la propria postura visiva, ad avvicinarsi, a rallentare.

È in questa scala intima che il lavoro di Mahinay trova la propria intensità. Le opere non si impongono allo sguardo; lo attirano lentamente, come superfici attraversate da segnali intermittenti. La pittura diventa allora uno spazio di attenzione ravvicinata, dove ogni variazione cromatica, ogni pressione sul pigmento, ogni linea affiorante acquista peso ritmico (è così nella superficie fintamente aggettante di Swimmingly). L’installazione dei lavori chiarisce immediatamente come Rhythms non sia costruita attraverso singoli pezzi, ma tramite una vera e propria articolazione spaziale del ritmo. I piccoli dipinti appaiono disseminati lungo le pareti bianche come pause, accenti o cellule musicali. L’ampiezza del vuoto che li separa non funziona come intervallo neutro: è parte integrante della composizione. Ogni lavoro sembra trattenere un’intensità minima che si propaga nello spazio circostante, costringendo i visitatori a modulare continuamente l’attenzione.

Mahinay lavora per sottrazione: le opere non saturano lo spazio, lo punteggiano. La mostra costruisce un ritmo percettivo fatto di concentrazioni e rarefazioni; tra i pezzi più intensi spiccava Oblivion, in cui le cremie appaiono come ‘appannate’ da uno strato di gesso che ricorda la luce dei paesaggi canadesi di Lawren Harris. Il titolo del progetto espositivo quindi non è solo suggestione: il ritmo costituisce il principio strutturale dell’intero lavoro. Non un ritmo metrico, ma una pulsazione intermittente che emerge dal rapporto tra segno e cancellazione (non a caso i dipinti sono eseguiti senza pennello, attraverso l’uso dei soli polpastrelli, con titoli che evocano la fluidità del processo esecutivo: Punch Drunk). Le linee sinuose che attraversano le superfici non definiscono forme compiute; sembrano piuttosto registrazioni di movimenti, residui corporei, tracce di un’azione avvenuta poco prima.

Pur conservando un rapporto fortissimo con la tradizione gestuale, quello di Mahinay non è un segno pittorico esibito in modo enfatico; al contrario ogni segno sembra quasi filtrato attraverso processi di sedimentazione e erosione. I pigmenti naturali vengono stesi, sfumati, rimossi; la superficie pittorica trattiene le conseguenze dell’azione più che l’azione stessa, lasciando affiorare una temporalità dilatata, fatta di cancellazioni e velature. Potremmo leggere la serie come un corpus di ‘registrazioni temporali’, in linea con la postura filosofica della serie delle ‘impronte’ di Toti Scialoja. Ogni pannello appare attraversato da differenti velocità: alcune zone sembrano condensarsi in addensamenti cromatici più densi, altre invece si rarefanno fino quasi a dissolversi. Avvicinandosi alle tele si ha spesso l’impressione che le immagini non siano mai del tutto stabili, ma continuino a modificarsi sotto lo sguardo. È interessante che Mahinay riesca a produrre questa sensazione di instabilità senza mai abbandonare una fortissima disciplina compositiva: la serie mantiene infatti un equilibrio tra spontaneità del segno e controllo della superficie. Le trasparenze e porosità del colore non generano dispersione, ma costruiscono un sistema di risonanze interne estremamente calibrato. La relazione con il corpo emerge allora non tanto attraverso la rappresentazione, quanto attraverso una modalità di percezione. Le mani e i gesti evocati nei dipinti non appaiono mai direttamente; restano come presenze indirette, come intensità trattenute nella materia pittorica. Il vedere si trasforma così in un’esperienza quasi aptica, dove l’occhio sembra toccare le superfici, seguirne le pressioni e le cancellazioni.

Anche l’allestimento contribuisce a questa dimensione ritmica. Le opere non funzionano come episodi isolati, ma come variazioni interne a una stessa partitura visiva. Ogni lavoro sembra riprendere o deviare un movimento precedente: un colore che ritorna attenuato, una curva che riappare trasformata, una densità che improvvisamente si interrompe. Rhythms è una mostra che richiede tempo. Non offre immagini immediatamente leggibili; costruisce piuttosto una condizione di attenzione continua, una forma di ascolto visivo. Ed è proprio qui che risiede la forza del lavoro di Mahinay: nella capacità di trasformare la pittura in un campo di vibrazioni minime, dove gesto, ritmo e materia restano in costante divenire.

 

La mostra è visitabile a Roma, negli spazi di T293 sino al 9 giugno

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