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La mia vita è un puntino perso tra migliaia di puntini

La mia vita è un puntino perso tra migliaia di puntini

Posizionò 1.200 sfere a specchio nei giardini della Biennale di Venezia nel 1966. Nessun invito ufficiale, lo fece e basta.

Allestì Narcissus Garden con la complicità di Lucio Fontana che segretamente le finanziò l’opera e del critico Gian Emilio Simonetti. Scrisse un cartello “Il tuo narcisismo è in vendita”, indossò un kimono dorato e vendette ai passanti le sfere, 1.200 lire l’una, protesta contro la mercificazione dell’arte. Lo fece sin quando la fondazione non la allontanò.

Yayoi Kusama tornò in quello stesso luogo ventisette anni dopo, nel 1993, per rappresentare ufficialmente il Giappone con una sala di specchi e zucche, il suo simbolo-alter ego, sferiche come i pois, la sua grande ossessione, parte di sé, di quelle allucinazioni visive e uditive di cui ha sofferto per tutta la sua vita.

“Un pois ha la forma del sole che è un simbolo dell'energia del mondo intero e anche la forma della luna che è quieta. Rotondo, soffice, colorato, privo di senso e inconsapevole. Un pois non può stare da solo, come la vita comunicativa delle persone, due e tre e più pois diventano movimento. La nostra terra è solo un pois fra milioni di stelle nel cosmo. I pois sono una via verso l'infinità. Quando cancelliamo la natura e i nostri corpi con i pois, diventiamo parte dell'unità del nostro ambiente. Io divento parte dell'eterno, e ci annulliamo nell’amore”.

I pois come rito di annullamento di sé stessa, fondendosi con l’universo così come faceva con gli infinity nets, ricreare infinite volte un motivo, terapia contro i suoi mali esistenziali.

A 26 anni la provincia giapponese le sta stretta, non la aiuta ad ampliare i suoi orizzonti, vuole cavalcare le sue visioni e non trova praterie nella rigidità della cultura giapponese di quegli anni. Il 15 novembre 1955 scrive una lettera a Georgia O'Keeffe allegando alcuni acquerelli.

“Sono solo al primo passo della lunga e difficile vita di una pittrice. come posso iniziare? Come posso fuggire dal mondo in cui sono nata? Come posso diventare un artista alle mie condizioni? …Potrebbe gentilmente mostrarmi la strada?”. Quella lettera inviata come un messaggio in una bottiglia, senza attesa di risposta, arrivò a destinazione e la fotografa rispose “Quando verrai qui dovrai mostrare i tuoi quadri a chiunque possa essere interessato... In questo Paese le cose non sono facili, dovrai cavartela da sola. Ma sei molto coraggiosa e spero che tu ce la faccia”, due pagine dense scritte a mano a cui seguì la raccomandazione dell’artista a Edith Halpert della Downtown Gallery, il suo gallerista di New York e l’aiuto ad ottenere il visto per trasferirsi negli Stati Uniti, che arrivò nel 1957.

Trasforma le sue psicosi private in un fenomeno culturale universale in cui chiunque può specchiarsi e le rende strumento di protesta, organizza manifestazioni contro la guerra in Vietnam, contro Nixon realizza la Presidential Orgy, invitando i candidati a denudarsi delle proprie menzogne e scoprire la verità, contro Wall Street e il capitalismo imperante allestisce la performance Anatomic Explosion on Wall Street, con ballerini nudi davanti alla borsa di New York dipinti a pois.

Ha combattuto la sua profonda avversione per il cibo e per il sesso, con la loro infinita riproduzione, terapia di esorcizzazione.

Nel dicembre del 1963 realizza la sua prima installazione immersiva Aggregation: One Thousand Boats Show alla Gertrude Stein Gallery di New York, una barca a remi ricoperta da sculture a forma di fallo e pareti, pavimento e soffitto della stanza rivestiti con 999 stampe in bianco e nero di quella barca.

Opera copiata da Andy Warhol. Una manciata di anni dopo aver visto la mostra, realizzò alla Leo Castelli Gallery la sua installazione Cow Wallpaper: una stanza con le pareti completamente tappezzate con la stampa serigrafica ripetuta della testa di una mucca fucsia su sfondo giallo brillante.

“Combatto quotidianamente contro il dolore, l’ansia e la paura, e l’unico metodo che ho trovato per alleviare la mia malattia è continuare a creare arte. Ho seguito il filo dell’arte e in qualche modo ho scoperto un percorso che mi permette di vivere…La mia arte trae origine da allucinazioni che solo io posso vedere. Traduco le allucinazioni e le immagini ossessive che mi tormentano in sculture e dipinti. Tutte le mie opere a pastello sono frutto della nevrosi ossessiva e sono quindi indissolubilmente legate alla mia malattia. Creo opere anche quando non ho allucinazioni”.

Ma a volte non riesce a tenerle a bada, la sopraffanno, torna a Tokyo dove decide di vivere nell’ospedale psichiatrico di Seiwa, dove continuerà a dedicarsi alle sue opere, nel suo studio lì nelle vicinanze.

Negli anni Novanta diventa artista globale, espone al MoMA, alla Tate Modern e viene invitata alla Biennale di Venezia in rappresentanza del Giappone.

Collabora con Peter Gabriel, scrive libri, ossessivamente crea, ricopre il mondo di infiniti pois colorati. Dirà “La mia vita è un puntino perso tra migliaia di puntini”. Inarrestabile.

“Voglio dipingere fino all’ultimo secondo della mia vita. Il mio desiderio di creare è infinito”. E così ha fatto.

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