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Una rottura, un abbandono, uno sguardo su di sé e sulle dinamiche della vita, un amore e un disamore, un riprendersi dopo il vuoto, curarsi.
E curare, guarire, analizzando passato e presente. Il coltello sul vassoio di Veronica Chiossi, Molesini editore Venezia, è una raccolta di poesie che introduce una narrazione reale e lucida alla quale non si può sottrarsi. Qui il pensiero prende forma e si tramuta in versi schietti, precisi, a volte chirurgici, che non tralasciano dettagli.
“Mi spingi mi torturi mi sbatti/ mi affondi il capo sul cuscino/ tua mano bacino soffocante/ se uscita di prigione ti trovassi/ spoglio di calcolo e furbizia/ solo lucente di desiderio/ corpo vinto e incolto/ di vertebra e velluto/ smetterei di farmi pendolo/ fra rinuncia e lussuria/ pura bestia da soma sarei”.
Le forme di sopraffazione si ampliano, dal personale l’osservazione si sposta alle regole che governano il mondo, come in Maiale – allevamento intensivo “Grasso fino all’immobilità/ aspetto lo shock della scossa/ ti sei allenato alla cecità/ lavori al frutteto di ossa/ non dirò orrori né atrocità/ da prosciutto all’ingrosso/ sarò ogni coscienza attutita:/ è una cambiale la mia vita”.
Lo sguardo è interiore, è ricerca, ed anche sull’esterno, sulla città, Venezia, sui luoghi e le persone. La perdita è viva non solo nel ricordo, nero inchiostro. L’universo da scrutare è il confine da allargare. I versi scivolano via, il lettore diviene partecipe di una scoperta. Il linguaggio è forma del pensiero.
“Il poeta pranza di spalle/ io lo spio da lontano/ è lento, che mangerà?/ Una grossa insalata? Una cotoletta panata? Una presenza femminile/ gli sta di fronte, giovane,/ riccia e chiara di capelli,/ mi fa torcere il cervello:/ Un talento letterario?/ Una brava giornalista?/ Chiunque sia,/ assai fortunata,/ pranza col gigante./ Mi avvicino cauta,/ con felpata agilità, sento la ragazza che chiede:/ «Me lo porti un caffè, papà?»”.

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