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Pensare ad una città che sia di tutti, da tutti fruibile, attraversabile, vivibile ha molto a che vedere con i tempi, con il rapporto con la natura, con la cura delle persone.
Elena Granata, docente di urbanistica del Politecnico di Milano e saggista arriva in Puglia con il suo ultimo libro, La città è di tutti edito da Einaudi. Un libro che parte dalla condivisione della comune appartenenza ai luoghi, quelle città che ci fanno uguali, ci rendono parte di un insieme più grande che coesiste in armonia, se gliene si dà modo. La visione passata dei centri urbani era improntata a questo, perdendola si perde quell’umanità che ci contraddistingue. Riacquisire la capacità di pensare e progettare immaginando una città a misura di tutti è il primo passo per tornare a quel senso di cura e di appartenenza che stiamo perdendo. Abbiamo incontrato Elena Granata sotto le stelle, nel chiostro della biblioteca comunale di Putignano.
La città di tutti può superare anche l’individualismo moderno, il percepire l’altro come un ostacolo, un disturbo, soprattutto nei più giovani?
Intanto il problema non sono i giovani, sono gli adulti che hanno convinto i giovani che il mondo sia un posto inospitale e quindi i ragazzi crescono con questa idea che viene già veicolata dagli adulti, quindi l'appello è agli adulti a cominciare a pensare che le città possono essere veramente un luogo di amicizia e di ospitalità per i ragazzi e il secondo punto è dare spazio ai ragazzi perché possano fare esperienze diverse.
Nel suo libro parla di ciò che viene fatto negando spazi e aggregazione e di ciò che può essere fatto invece per favorirla. Può farci qualche esempio?
I colori aiutano e poi la natura, cioè non c'è un posto dove ci sia la natura che possiamo dire che è brutto, quando c'è la natura c'è bellezza e quindi le alberature, i fiori, l'acqua. Riappropriarci dei colori che la natura ci suggerisce. Oggi sono stata al mercato di Putignano e sono stata colpita dai colori della frutta e la verdura. Io penso che questo tempo abbia bisogno di colori che vuol dire riappropriarci del gusto della vita.
Come l'identità di un luogo aprendola invece anche alla prima visione.
L'identità non è una cosa che abbiamo alle spalle è quello che vogliamo diventare. Nel libro io uso la parola diventità che è una parola inventata dalle neuroscienze che parla proprio dell'essere umano come qualcosa che diventa, quindi diventità non identità. L'identità è quello che siamo stati, la diventità è quello che abbiamo davanti, il sogno di quello che vorremmo diventare. Ciascuno di ha un'ambizione di cambiamento. Noi, come italiani, siamo sempre portati a pensare che il meglio è stato nel passato e invece pensare che insieme possiamo costruire qualcosa di bello per il futuro, secondo me questa è l'apertura.
A proposito di futuro, lei come se lo immagina il futuro della polis?
Allora, io penso che l'Italia possa dare un grandissimo contributo alla costruzione di un mondo diverso, se ritrova le ragioni per cui è stata grande. Quando è stata grande l'Italia come paese? quando è stata laboriosa, ha saputo fare impresa, quando ha inventato le scuole materne, quando ha inventato le banche, le università. C'è una creatività italiana che è stata nella nostra storia quel fare bene le cose, quel farle bene per gli altri, quell'essere ospitali. Sono tutti valori che rischiamo di dimenticare, che però abbiamo nelle nostre corde e che oggi stiamo velocemente perdendo. Quando troviamo dei luoghi dove si sa ancora far accoglienza, salvarli come degli ecosistemi che fanno bene a tutto il sistema.
Lei vive in un mondo popolato da giovani, questi studenti universitari quanto sviluppano la loro vera creatività?
Pochissimo, per niente, perché arrivano all'università convinti di non potere aggiungere niente a quello che già c'è, convinti che devono stare al loro posto. Sono stati molto tarpati e castrati, vorrei proprio dire una parola forte, durante tutto il percorso di scolarizzazione, quindi hanno pochissima fiducia nella loro possibilità di cambiare le cose e per questo io dico che gli adulti hanno una responsabilità enorme, perché la creatività di immaginazione viene tolta con la scolarizzazione. Tutti i bambini sono geniali e poi crescendo perdono questa loro originalità e questo è il più grande danno che la scuola fa alle nuove generazioni. C'è stato un processo di scolarizzazione che ha puntato a trasferire soltanto informazioni, a uniformare le coscienze e non a costruire senso critico. Nella scuola italiana oggi il senso critico è vietato e quindi questo è stato il danno più grosso che abbiamo fatto al nostro paese, perché se tu non formi i ragazzi anche al dissenso, anche alla protesta legittima rispetto allo status quo ti privi di quell'energia vitale che fa il cambiamento e quindi io vedo una generazione stupenda che però arriva già avendo interiorizzato che tanto non potrà cambiare le cose oppure che le potrà cambiare solo andando via. Oggi noi abbiamo veramente una responsabilità enorme nel restituire spazio di parola e di cittadinanza, ma anche spazio vitale ai ragazzi. Nel libro dico che dovremmo rimettere al centro della politica i primi 5000 giorni di vita che sono infanzia e adolescenza, che vuol dire quel periodo in cui un essere umano diventa cittadino della Repubblica.

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