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Violare l’animo delle persone, metterle in mostra in un momento di debolezza e dolore era ciò che faceva,
ma lo faceva conscio che ogni sua foto era la rappresentazione di un dolore esposto.
Gordon Parks si interrogava spesso sull’opportunità di lasciare ad una sfera più intima e privata quei momenti, sapeva che “Le immagini che ho scattato e che sono diventate le più importanti, erano immagini che avrei preferito non dover mai scattare – di persone impoverite, persone in difficoltà... Immagino di aver puntato la mia macchina fotografica soprattutto verso persone che avevano bisogno che qualcuno dicesse qualcosa per loro. Non potevano parlare da sole…il mondo deve vedere la tragedia della povertà così com’è e sentirne tutto il dramma”.
Un boccone amaro da buttar giù. Sapeva di dover proteggere quelle persone ma esporle era l’unico modo per far cambiare le cose.
“Mi resi conto che la macchina fotografica poteva essere un’arma contro la povertà, il razzismo e ogni tipo di bruttura sociale. Fu allora che decisi di volerne una” scrisse e così fece.
Lo svantaggio, diceva, ti spinge ad andare avanti per liberarti delle cose che ti hanno ferito. Lui era uno di loro e con loro camminava e con loro andava avanti. Dichiarato morto alla nascita la sua occasione di essere in questo mondo fu nelle giovani e inesperte mani di un medico praticante che decise di prenderlo e immergerlo in una vasca di acqua ghiacciata. Il disperato tentativo di salvare qualcuno, come fu salvato lui dalla decisione di un medico frettoloso e noncurante, è stato come un marchio impresso a fuoco da quel momento nel suo cuore.
La fotografia venne dopo, quando a 25 anni lavorava come cameriere sui treni, trovò una rivista lasciata lì per caso da un passeggero, la sfogliò, gli scatti di Dorothea Lange sulla Grande Depressione lo folgorarono. Comprò in un banco dei pegni la sua prima macchina fotografica, una Voigtländer Brilliant per 12,5 dollari. Non aveva alcuna preparazione, ma i primi rullini lasciarono i commessi stupiti, le inquadrature, la luce, il pathos.
Qualche anno dopo si trasferì a Washington, una città profondamente razzista e segregazionista, lì scattò una foto destinata a diventare storia, Ella Watson una donna delle pulizie con uno spazzolone in una mano e una scopa nell’altra davanti alla bandiera americana in un palazzo governativo. Nel 1948 realizzò un reportage su Leonard Red Jackson, leader di una gang di Harlem.
La rivista Life vide i suoi scatti e lo assunse, primo afroamericano. Ci rimase vent’anni. Fotografo, regista, musicista, poeta Gordon Parks ha attraversato il Novecento seguendo la linea che aveva in gioventù “Mi ero in qualche modo interessato alle cose che succedevano alle persone. Non importava di che colore fossero, che fossero indiani, neri, bianchi poveri o chiunque altro, a mio parere stesse subendo un trattamento ingiusto”.
Nei suoi versi la sua storia “Ho conosciuto la fame, e i venti freddi e umidi dell'autunno. Ho conosciuto il dolore dell'essere rifiutato. Eppure, ho trovato un modo per cantare”.
Amico di Malcolm X, padrino di sua figlia Qubilah Shabazz, amico di Muhammad Alì di cui scattò i ritratti più intimi e sempre vicino ai poveri e agli oppressi di ogni latitudine. Il suo reportage sulla povertà estrema con le immagini di Flavio da Silva, bambino di 12 anni affetto da asma in una favela di Rio de Janeiro fecero il giro del mondo e cambiarono la vita del piccolo da Silva grazie migliaia di donazioni spontanee che gli consentirono di curarsi e comprarsi una casa. Anche in quel caso rimasero amici per tutta la vita. “Ho scoperto che non dovevo per forza usare una pistola o un coltello. Potevo combattere ciò che non mi piaceva del mondo attraverso una macchina fotografica”.
Quando nel 1971 realizzò il film Shaft diede il via alla Blaxploitation e salvò la Metro Goldwyn Mayer dal fallimento. Volevano realizzarlo in studio a Los Angeles per contenere i costi, ma Parks si impose “Deve avere l’odore di New York”. Fu girato ad Harlem, nel Greenwich Village e a Times Square e fu l’inizio della cultura nera cinematografica.
Fondatore e direttore editoriale della rivista Essence, Gordon Parks ha contribuito a dare nuovi occhi e un nuovo cuore alla società americana. Compose un’opera in onore di Martin Luther King.
L’obiettivo di una macchina fotografica o di una telecamera come strumento di coscienza sociale. L’arte per lui aveva il dovere morale di provocare un cambiamento. Lo fece mostrando la realtà nuda e cruda a chi girava lo sguardo per non vedere.
Lontano da ogni polarizzazione, cercò di far capire al suo pubblico perché certi movimenti stavano nascendo, perché la rabbia sociale montava, mostrava quel desiderio umano e insopprimibile di dignità e desiderio di autodeterminazione che erano preclusi a intere fasce della società americana. Generò quel cambiamento che aveva sognato e perseguito con tenacia. Tutto in lui era profondamente radicato, sapeva essere parte, mai fuori dai margini, sempre al centro di ogni contesa, problema, discriminazione. L’arte era il suo strumento per diffonderlo, perché “Se non hai molto da dire, le tue foto non parleranno al posto tuo.”

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