
www.pressinbag.it è una testata giornalistica iscritta al n. 10/2021 del Registro della Stampa del Tribunale di Bari del 10/05/2021.
Se le fiabe non fossero andate esattamente come le hanno raccontate? Se le storie fossero state riscritte ad uso e consumo di una parte sola?
Con un salto antropologico indietro del tempo, si scopre una realtà diversa.
Ne abbiamo parlato con l’antropologa Silvia Schiavo, partendo dall’inizio, da quando le fiabe venivano tramandate oralmente.
Balie, filatrici, nonne raccontavano queste fiabe, in seguito le raccoglitrici le trascrivevano. Di donna in donna.
Ma cosa accadeva quando a raccogliere queste storie era la penna di un uomo?
“Le fiabe che noi leggiamo sono trascrizioni di descrizioni. Se andiamo a prendere la prima trascrizione dei fratelli Grimm, quella che è stata sottoposta a meno manipolazioni, è comunque una trascrizione di parte. Dobbiamo sempre tenere presente che si tratta di un lavoro di raccolta, chi andava dalle narratrici orali e si faceva raccontare era una raccoglitrice, ma dove c’è un uomo raccoglitore che va da una donna, nella trascrizione di quel racconto qualcosa cambia. Lo sguardo maschile in qualche modo rivede la narrazione” spiega Scavo.
Spesso i testi venivano purificati e normalizzati, un processo che ha finito per invisibilizzare le protagoniste più coraggiose e indipendenti, piegando le trame a una morale più accettabile per l’epoca. Non è un caso che Wilhelm, uno dei due fratelli Grimm, abbia sposato Dortchen Wild, una delle loro fonti più preziose, la cui voce ha dato vita a fiabe immortali come Hänsel e Gretel e Tremotino.
Le donne avevano trovato un modo per accedere allo spazio pubblico e intellettuale, le loro storie erano atti di resistenza culturale. Trasformati poi, dalla penna maschile, da Perrault ai fratelli Grimm sino a Calvino, in una versione addomesticata. Con le donne sempre docili anime del focolare in attesa di un principe che le salvasse.
“Le donne si permettevano la libertà di dire che la principessa rifiutava il principe perché voleva sposarsi con qualcun altro. Ci sono versioni della Bella addormentata dove è la principessa che dà un bacio al principe per farlo risvegliare. Nella trascrizione maschile non c’era il coraggio di riportarle così com’erano, quindi nelle fiabe che sono arrivate a noi c’è una grossa manipolazione” continua Scavo.
Elena Emma Sottilotta nei suoi studi antropologici le ha definite “cercatrici di meraviglia”, ed erano sparse in tutta Europa, nella Sardegna di Grazia Deledda nella Sicilia di Agatuzza Messia, nell’Irlanda della mamma di Oscar Wilde, lady Jane Wilde e nella Francia della Contessa d'Aulnoy (inventrice delle Fairy Tales), di Charlotte-Rose de Caumont de La Force (rinchiusa dal Re Sole in convento, dove scrisse Persinete, copiata e trasformata un secolo dopo in Rapunzel dai fratelli Grimm) e Jeanne-Marie Leprince de Beaumont che ha dato vita a La Bella e la Bestia (rielaborata da un testo precedente di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve).
Tutte figure dimenticate “il grandissimo lavoro delle narratrici francesi di fiabe non lo conosce nessuno. Per cui se da un lato è importante raccontare, dall’altro se questi racconti vengono nascosti o la loro vita viene interrotta, poi diventa un problema”.
Costrette a matrimoni combinati con uomini molto più anziani, private di ogni diritto legale le donne usavano la fiaba per criticare la corte, l’assolutismo del Re e la violenza del matrimonio combinato, le fiabe nel racconto femminile erano la prova tangibile di una resistenza all’oppressione di cui si è persa traccia.
In Italia abbiamo un esempio eclatante, le Fiabe italiane di Calvino che per ammissione dello stesso autore contengono sue rivisitazioni. Ciò non accade invece, nel Canzoniere di Pierpaolo Pasolini dove la raccolta invece è originale, documentata e nel canto popolare dove l'espressione femminile è salva perché nel cantare si fa riferimento a un mondo veramente femminile e quindi il canto di lavoro, il canto d’amore, visti dal punto di vista della donna. Che cosa si potrebbe fare per recuperare il femminile come voce di libertà?
“Si potrebbe fare tanto dal mio punto di vista, innanzitutto tornare alla raccolta di storie e testimonianze senza aspettative è già secondo me un buon modo per restituire una pluralità di voci. Ci sono tanti modi diversi di raccontare, con finalità diverse, chi per esempio racconta per portare una testimonianza o raccoglie storie di altri per portare una testimonianza non ha come obiettivo quello del racconto piacevole e bello, l’obiettivo è completamente diverso. Resta il fatto che molto spesso chi non ha un mestiere nel raccontare, ci restituisce la sua storia con le parole che sa e in questo ha una immediatezza del racconto che a volte il mestiere non ha perché c’è l’artefatto. Quindi già porsi per cogliere delle testimonianze semplicemente con quell’obiettivo aiuta moltissimo. Poi aiuterebbe non farsi venire il desiderio nel momento in cui si trascrive, di abbellire, migliorare perché un lavoro interessante è anche quello di abituare il pubblico ad accogliere voci diverse. Noi possiamo leggere tante storie diverse, ascoltare e guardare tante storie diverse e anche il canone estetico può essere qualcosa di molto stringente e invece ci possono essere delle voci grezze, non lavorate, affascinantissime”.
Il tempo corre, non ci si siede più sotto le stelle a raccontarsi storie. Ma volendo resistere, qual è la favola moderna? “Quella con un finale aperto”.

www.pressinbag.it è una testata giornalistica iscritta al n. 10/2021 del Registro della Stampa del Tribunale di Bari del 10/05/2021.
Per qualsiasi informazione o chiarimento non esitare a contattarci scrivendo ai seguenti indirizzi