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Ne La Gazzetta del Popolo del 22 agosto 1934 Giuseppe Ungaretti scrive Appunti per la poesia d'un viaggio da Foggia a Venosa.
“…ma il vasaio canosino un giorno impazzisce [...] I nuovi vasi d'una cottura incompleta, è abbandonata, come era giusto in Puglia, la cera per la calce: immersi in un bagno di calce, il bianco è lasciato alle figure coprendo il resto d'un rosa acre, e al rosa verranno presto a tenere compagnia altri colori anch'essi dati a fresco: il rosso cupo e il nero per i capelli, l'azzurro, il vermiglio. S'è ottenuto così un effetto assetato e abbagliante, com'è questa natura. Questa non è la sola novità: nel vaso è penetrato come un lievito, e il vaso si è gonfiato, s'è fatto trabocchevole di ornati in rilievo; le teste dei cavalli d'una quadriga hanno sfondato la pancia d'un orciuolo, dai fianchi d'un secondo vaso fanno capolino vispi ippocampi, dalla bocca d'un terzo escono brontolando un tritone e una tritonessa, un quarto ha addirittura la forma d'una testa femminile e due testine giovanette le sbocciano lateralmente da quattro petali che formano calice. Insomma il Barocco più straordinario e più genuino si manifesta in questi vasi rinvenuti in un ipogeo di 22 secoli fa”.
Il Museo Archeologico Nazionale di Canosa, ospitato in un palazzo del XIX secolo, Palazzo Sinesi, narra i grandi complessi funerari di Canosa, l’ipogeo Varrese e quello di vico San Martino. È il luogo d’elezione per ammirare i vasi plastici e policromi canosini che richiamano menadi, satiri, sileni danzano, a volte in presenza di Dioniso o di Apollo intenti a suonare e del dio Pan - metà uomo e metà capra - ulteriore simbolo dell’allegria e dell’ebbrezza dionisiaca.
Oggi benevolmente si potrebbe parlare di una bellezza diffusa che racconta la storia di uno dei più importanti centri archeologici d’Italia. La sua storia riecheggia oggi al MarTA di Taranto dove son presenti gli ori di Opaka, al MANN di Napoli dove è in mostra il vaso di Dario, al British Museum di Londra dove sono custodite le preziose ambre intagliate, al Louvre di Parigi che espone che statue in terracotta delle “oranti” e poi ancora al Getty Museum di Malibu e al Pushkin di Mosca.
Infiniti e ripetuti saccheggi, da quelli tarantini nel 1400 a quelli dei soldati napoleonici nel 1800, hanno portato la storia di Canosa nel mondo.
Ma resta, il quel piccolo museo, il cuore di tutto quello che è stato. Le grandi brocche (oinochoai) decorate con motivi policromi in celeste, rosa e rosso su fondo scialbato in bianco, coperto da una ingubbiatura di latte di calce e arricchite da applique plastiche configurate, prodotte a Canosa fra la fine del IV e gli inizi del IlI secolo a.C.
Le ceramiche listate, i vasi di grandi dimensioni, olle con labbro a imbuto e askoi decorati con tipici motivi geometrici e vegetali del IV secolo a.C.
L’askòs globulare policromo e plastico rivestito in latte di calce bianca, steso dopo la cottura, dipinti a tempera motivi floreali e due ippocampi in corsa.
C’è poi l’anfora e la phiale di Niobe e Andromeda attribuita al pittore Varrese con Niobe siede disperata sulla tomba dei suoi quattordici figli, i niobidi. La mitologia viene raccontata su vasi, anfore, coppe per diffonderla, per farla correre sulla bocca di tutti.
Il mito di una donna che aveva osato paragonarsi a Latona, madre di Apollo e Artemide e che per punizione, vide i suoi figli massacrati. Poi Andromeda, Cassiopea, le figlie di Poseidone.
Il rosa acre è tenue, antico, eterno. I vasi sono infusi di grazia e di tempo. Nulla sfugge alla cura, all’amore, alla dedizione. Curve, dettagli, incisioni, tutto è frutto di certosina attenzione.
Il rosa così tenero, così vero.

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