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Paola Caridi, il corpo sociale

Paola Caridi, il corpo sociale

La storica e giornalista Paola Caridi studiosa del mondo arabo, arriva a Bari al teatro Kismet per la rassegna letteraria Umano non umano di Nicola Lagioia.

L’incontro con l’Oriente nel 2001, prima a Il Cairo dove ha vissuto 2 anni e poi Gerusalemme dove è rimasta 10 anni, è stato come “Essere in un’acqua non propria o credere che non lo sia, per poi scoprire che tutto funziona più o meno come qui”.

Vent’anni di studi focalizzati su un mondo da noi dimenticato, ignorato prima del 7 ottobre, “La nostra amnesia ci ha portati a dimenticare che Gaza un tempo era come Atene o Marsiglia. L’incenso delle nostre chiese è sempre arrivato da Gaza e parliamo di una storia che si dipana in un arco di 5000 anni”.

“Il nostro sguardo occidentale si perde pezzi del mondo, abbiamo schiacciato tutto su un Oriente indistinto, come se fosse un’unica cosa, un Oriente astorico al quale possiamo fare tutto perché non ha un percorso, se togli la storia di un popolo, di un territorio, togli l’umanità” ricorda Caridi.

Su quello che è successo dal 7 ottobre in poi risponde “Ci aspettavamo che il treno andasse contro il muro, ma il genocidio no, il 7 ottobre no. Ma già 10-15 anni prima i diplomatici europei nei loro rapporti scrivevano che così non si poteva continuare, che la colonizzazione doveva finire”.

Sulla reazione del mondo Occidentale “Non riesco a darmi una risposta che non sia legata agli interessi economici, perché altrimenti è difficile immaginare perché per i palestinesi non arrivi mai il tempo di autodeterminarsi ma siano sempre altri a dover decidere per loro”.

Su quello che accadrà ha una visione molto chiara “Gerusalemme già prima del 7 ottobre era un laboratorio di quello che succederà a Gaza, un modello americano che cambia la dimensione di città mediterranea. Non cambia solo l’urbanistica, cambiano gli attori (con le espulsioni), cambiano le relazioni, le contaminazioni” parla delle autostrade che “sono più pericolose dei muri, perché azzerano lo spazio pubblico, vengono a mancare piazze, mercati, e se non ci sono gli spazi pubblici non c’è aggregazione, cambia l’anima di un luogo esattamente come nelle grandi città americane, come Los Angeles, attraversate da queste grandi autostrade e nel mezzo il nulla, in questo modo le persone non si incontrano, non nasce il dialogo, il confronto. Per questo è importante essere qui, in uno spazio pubblico dove i corpi si posizionano”.

La visione di un mondo che diventa sempre più piatto, schiacciato sulla posizione di pochi che ancora vogliono colonizzare il mondo. Nonostante tutto resta ottimista, “In questi ultimi anni ho notato un profondo scollamento tra i poteri apicali: politica, chiesa e sindacati e le persone comuni. Ciò che è successo a Gaza ha mosso enormi masse di persone scese in piazza per dire no, per opporsi. In netta contrapposizione con tutte le istituzioni, ecco sono molto orgogliosa di quella parte di paese senza potere che ha appeso sudari, che è scesa in piazza, che ha suonato campane. Tutto può incidere nella dimensione democratica, le forze sociali, le forze culturali”.

Parla di quel “corpo sociale che non può più rientrare in casa” di Gaza che è un tassello più ampio di ciò che pensiamo della democrazia e della libertà, che riguarda anche noi e la deriva autoritaria del governo italiano e di come decidiamo di porci di fronte a tutto ciò.

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