Elsa e Nanda, le indomite

Elsa e Nanda, le indomite

Si sono sfiorate senza mai toccarsi davvero. Le vite di due, Elsa e Nanda, srotolate su una medesima strada.

Fatta di libertà di espressione, poesia, una mente scevra da condizionamenti e un indomito coraggio.

Si sono passate accanto in vita e l’incontro tra le due scie di luce è solo in un numero, una data.

Il 18 agosto, data di nascita per la prima, di morte per la seconda. Profondamente diverse eppure così simili.

Elsa Morante figlia di una insegnante ebrea e di un padre impiegato delle poste, vive già dall’infanzia l’ineluttabilità del dolore e dell’ironia della vita. Scopre che il padre che credeva tale, non era suo padre, salvo poi dover vivere e convivere con il suicidio di quello naturale. Cresce contando le briciole con la mamma e i fratelli, costretta a lasciare gli studi universitari per aiutare economicamente la famiglia. Si barcamena tra lezioni private, scrive tesi di laurea e nel 1933 pubblica sul Corriere dei Piccoli le sue prime filastrocche e favole per bambini. Con i primi soldi guadagnati compra un albero di Natale, tutte le decorazioni possibili e regali per i suoi fratelli. La vita non le avrebbe mai tolto l’incanto. Anzi, più le si incaponiva contro, più lei ricercava la magia, la bellezza, il candore.

Nanda cresce in una famiglia borghese e frequenta il liceo Massimo D’Azeglio, dove prima di lei studiarono Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa. Suo compagno di classe è Primo Levi e suo supplente di italiano Cesare Pavese. Come Levi non viene ammessa all’esame di maturità perché il suo compito di italiano fu considerato “non idoneo”. Probabilmente diventa Fernanda Pivano quando Cesare Pavese le regala quattro libri: Addio alle armi di Hemingway, Foglie d’erba di Whitman, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e l’Autobiografia di Sherwood Anderson. Clandestinamente nel 1943  traduce il libro di Hemingway, vietato dal regime fascista, viene per questo arrestata dalle SS naziste.

Negli stessi anni Elsa Morante, fugge da Roma insieme al marito Alberto Moravia. La persecuzione degli ebrei è feroce e loro scappano in Ciociaria, prima a Fondi, poi in montagna a Sant’Agata dove per un anno vivono in un pagliaio.

“Con tutte le paure che avevamo fu uno dei momenti più felici della mia vita. Stavamo in una capanna, un letto di tavole e sopra un pagliericcio di pannocchie. La coperta era un ferraiuolo contadino. Faceva talmente freddo che l’acqua del pozzo era sempre ghiacciata. Ogni mattina Elsa se ne rovesciava un secchio sulla testa, io mi limitavo a farlo una volta la settimana” scrisse in seguito Moravia. Tra i due era lei lo spirito indomito, fu infatti Elsa da sola ad andare a Roma, oltre cento chilometri a piedi e su mezzi di fortuna, per prendere dei vestiti invernali. Non avevano nessuno a cui chiedere aiuto e lei bastava a se stessa. Ha sempre combattuto le sue battaglie con il mento alto sino al cielo, quella piccola linea verticale tra le sopracciglia e le spalle larghe.

Prese un bastone, unico sostegno nel suo lungo viaggio e incominciò a camminare, tra i monti, al freddo, di notte per non farsi notare. Chi la incrociava di lei diceva ”poveretta e carina, ma matta”.

Era testarda, determinata e sempre fedele a se stessa, a qualsiasi prezzo. Litigava con l’editore pretendendo che i suoi libri venissero pubblicati direttamente nella collana economica per poter essere letti dal maggior numero di persone possibile. Incontenibilmente dalla parte degli ultimi.

Nel 1975 Pier Paolo Pasolini, fu ucciso. 

Amico di una vita di Elsa, anche se non si parlavano più da tempo. Lei arrivò al suo funerale e si sedette infondo alla chiesa, da sola. Pianse per l’amico perduto senza dire una sola parola. Solo dopo un anno dalla sua morte riuscì a scrivergli, una lunga e indimenticabile lettera. “Ma in verità in verità in verità quello per cui tu stesso ti credevi un diverso non era la tua vera diversità. La tua vera diversità era la poesia. È quella l’ultima ragione del loro odio perché i poeti sono il sale della terra e loro vogliono la terra insipida. In realtà, LORO sono contro-natura. E tu sei natura: Poesia cioè natura”.

La poesia ha ammantato la vita di entrambe portandole sempre un passo avanti a tutti gli altri.

In una Italia un po’ troppo borghese e ingessata in una cultura elitaria, Fernanda Pivano si è battuta per portare qui da noi una ventata di libertà e indipendenza.

Quando Hannah Josephson, bibliotecaria dell’Accademia americana di Arti e Lettere, le spedì Sulla Strada di Kerouac, Nanda scrisse alla Mondadori “Forse è davvero il libro della nuova generazione, certo c’è qualcosa che non si è ancora visto in altri libri nuovi…Può darsi che questo scrittore trentacinquenne diventi il simbolo della nuova generazione”. Dando all’Italia la Beat Generation.

Kerouac fu solo uno dei tanti. Nel 1961, la Pivano era a Parigi, usciva da casa di Alice Toklas, con la quale parlava della traduzione di Autobiografia di tutti di Gertrude Stein, incontrò, per la prima volta Allen Ginsberg, che passava da rue Mazarin con Gregory Corso e Peter Orlovski. Fu l’inizio di una amicizia e di un lungo sodalizio artistico.

Nell’agosto del 1964 le furono affidate le bozze de L’Urlo di Allen Ginsberg da tradurre e riconsegnare prima di settembre. 

“Le corressi nei pochi giorni di riposo che potevo permettermi al mare, inseguendo Ginsberg attraverso tutti i Paesi del Pianeta con lettere con cui chiedevo decisioni definitive. Arrivai in tempo per la consegna; ma ricominciò il silenzio. Poi nacque improvvisamente, come se le poesie fossero state lette per la prima volta allora, il problema della censura”. Di lì una estenuante trattativa con la censura, cercando di lasciare intatta l’anima della poesia, non offendendo troppo i puritani censori italiani.

In una lettera a Mondadori, Ginsberg scrisse “…Sono stato molto spiacente per le omissioni e i cambiamenti suggeriti alla Signora Pivano dai curatori della Mondadori…Ho lasciato la decisione nelle mani di Nanda Pivano perché ha lavorato così a lungo, così intensamente, con tanto amore e tanta attenzione alla traduzione del testo. Desidero lasciare la decisione definitiva nelle sue mani perché dopo tutto questo libro è forse più suo che mio o Suo”

Il libro fu pubblicato. Quel libro di Ginsberg tanto quanto della Pivano.

Quando al termine di un reading a Spoleto, lui fu arrestato per oscenità, al processo si presentarono la Pivano e Giuseppe Ungaretti per difendere il giovane poeta beat. La poesia non è mai oscena. La scrittura non è mai oscena. E lei sapeva scavare e trovare il tesoro non fermandosi su una superficie innaffiata di alcool.

Lei con le sue gonne sotto il ginocchio e il giro di perle al collo, era l’unica per la quale Charles Bukowski indossasse una camicia fresca e pulita. 

E sempre a lei un giorno arrivò una lettera “Non so cosa farei senza di te ho sempre te come un’ancora …Sono lieto che il libro piaccia in Italia. Ma se piace so quanto devo a te e per favore sappi sempre che lo so”. L’autore della lettera era Ernest Hemingway e il libro di cui parlava era Il vecchio e il mare.