Visioni d'insieme

Un linguaggio tutto per sé

Un linguaggio tutto per sé

Con un filo ti racconterò la mia storia, il mio passato, il mio presente, il mio futuro.

Alzerò la mia voce al cielo e sarà un canto di arte e bellezza.

Private della voce pubblica, di uno spazio in cui potersi confrontare, di un linguaggio che tramandasse le loro storie, hanno fatto delle loro prigioni un canto. Educate alla passività e alla disciplina domestica attraverso il ricamo hanno utilizzato quello stesso strumento per creare un loro codice espressivo, trasformandolo in un atto di resistenza. Quando nel 1886 Harriet Powers, schiava afroamericana espose una sua trapunta alla fiera del Cotone di Athens in Georgia non sapeva di diventare,  con una coperta, un simbolo, la voce di un canto che altre avrebbero sentito e fatto loro.

Undici pannelli in cotone di un rosa intenso con bordi verdi ognuno raffigurante una scena biblica, Adamo ed Eva nel Giardino dell'Eden; Il Paradiso continua, ma Eva ha concepito e partorito un figlio; Satana; Caino che uccide Abele; Caino che va nella terra di Nod per trovare moglie; Il sogno di Giacobbe; Il battesimo di Cristo; La Crocifissione; Giuda Iscariota e i trenta denari; L'Ultima Cena e La Sacra Famiglia.

Era un’artista oltre che un’abile ricamatrice. Come lei prima e dopo di lei il Nüshu in Cina, un linguaggio ricamato e dipinto su trapunte, fazzoletti e ventagli dalle donne cinesi della provincia di Hunan alle quali era proibito imparare a leggere e scrivere, gli arpilleras delle donne cilene durante il regime di Pinochet, arazzi realizzati con vecchie lenzuola per protestare contro la dittatura e raccontare la loro storia.

“Non avendo accesso al discorso dominante, la donna ha dovuto parlare un'altra lingua: una lingua fatta di gesti, di tessiture, di tracce mute che ricuciono ciò che il linguaggio degli uomini ha rimosso” scrive Luce Irigaray nei suoi studi sui linguaggi.

Quegli 11 pannelli raccontano di una donna nata schiava ma che sapeva leggere e scrivere, custode di una spiritualità che trasportava nelle sue trapunte oggi conservate allo Smithsonian Museum di Washington.

I tessuti come documento, registro e memoria visiva, appaiono ne Il lavoro delle donne: i primi 20mila anni di Elizabeth Wayland Barber, che ha saputo sentire quel canto e ha saputo raccontare un linguaggio che è stato solo femminile, riscoprirlo ed elevarlo ad arte.

Rozsika Parker intitola un suo libro Il punto sovversivo e quel punto è sempre l’inizio di un ricamo “Quando alle donne veniva negata la voce pubblica o l'accesso alla parola scritta, il ricamo diventava l’unico mezzo per rendere visibile ciò che non si poteva dire, trasformando un’attività d'obbligo domestico in un canale di espressione personale e politica” e ancora “La postura dell’artifex tessile - il capo chino, gli occhi bassi - è stata per secoli il simbolo stesso della sottomissione e della modestia femminile. Eppure, quel medesimo silenzio ha costituito anche uno spazio di contenimento interiore, consentendo alle donne di riflettere e di elaborare idee proprie. In questo modo, il ricamo ha fornito un’arma di resistenza ai vincoli stessi della femminilità”.

Della mia prigione faccio il mio strumento di ribellione.

A capirlo non furono gli uomini, impegnati in altri linguaggi, correva sempre e solo tra donne quel codice segreto che ha dato loro un’identità, un passato comune, un modello a cui aspirare. Altre come loro parlavano quel linguaggio, altre come loro cercavano una stanza tutta per sé per esprimersi, per essere.

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