Patty Smith, la poesia del rock

Patty Smith, la poesia del rock

Nasce un lunedì durante una bufera di neve a Chicago. La madre insieme alle preghiere le fa leggere i Cantici dell’Innocenza di William Blake 

e La favolosa storia di Diego Rivera. Da bambina ascoltava i dischi di Maria Callas e piangeva sognando di cantare come lei.

A sedici anni su una bancarella scopre le Illuminazioni di Arthur Rimbaud che sarà da allora e per sempre il suo personale vate della poesia.

Scappa da Chicago per inseguire il suo sogno che ha un indirizzo preciso: New York. Nel centro di tutto, nel nucleo di quel fuoco sacro che sempre la animerà. 

Ha solo 19 anni è magrissima, ha sospeso gli studi, ha avuto una figlia che ha dato in adozione promettendo a lei e a se stessa “di fare qualcosa di grande della sua vita” e scappa a New York dove vive per strada, nei parchi, sulle scale dei palazzi pubblici. Scopre l’amore, l’amicizia, la condivisione, l’affinità elettiva, la gioia, l’arte, tutti racchiusi in un’unica persona Robert Mapplethorpe.  Nasce così Patti Smith.

Decide di voler diventare una pittrice, poi una poetessa, anche se quella voce graffiante, profonda e a tratti rabbiosa culla i sogni di Robert. 

“Voglio essere una poetessa, non una cantante” dirà all’uomo che più di chiunque altro è stato parte di lei, lui le risponde “Puoi essere tutte e due le cose”.

In quella vita bohémienne, traccia il solco per intraprendere la sua strada. E lo fa senza un soldo in tasca. 

“Tutto ciò che abbiamo sempre desiderato tutto ciò che abbiamo sempre saputo era l’incredibile dolcezza che abbiamo tirato su dal fondo del pozzo”. Entra nel giro degli artisti che contano: Andy Warhol, Sam Shepard, Lou Reed, che la presenterà a Clive Davis, presidente dell’Arista (sua futura etichetta discografica) e Bob Dylan amico fraterno. La prima volta che si videro lei aveva appena finito di cantare all’Other End, lui entra nel suo camerino e le dice “Ci sono poeti da queste parti?”, “Non mi piace più la poesia, la poesia fa schifo”, risponde lei. Da quel giorno nacque una grande amicizia.

La sua musica è tutta un tributo, un inno, una protesta.

Dedica al “primo poeta punk”, Rimbaud, il suo secondo album Radio Ethiopia.

Scrive dell’invasione del Tibet (1959), della morte di William Burroughs e Allen Ginsberg, del Vietnam, di Madre Teresa di Calcutta (One voice), di Ho Chi Minh (in Gung Ho), di Gandhi (in Trampin’), canta la E-Bow the letter dei Rem per River Phoenix.

Al regista russo Tarkovsky dedica la canzone omonima, a Gogol “April Fool”.

Di se stessa dirà “Sono come un orologio, cioè composta di tanti pezzi che, messi insieme, danno qualcosa di esatto o quasi”.

La vita non sempre è stata clemente con lei, ma non si è mai curata di ciò che per la società viene considerato importante. Non ha badato ai soldi, alla rispettabilità, al facile consenso, all’apparenza. E’ sempre stata ciò che voleva essere, mai come il mondo riteneva dovesse apparire.

La sacerdotessa del rock, la pasionaria di Chicago è sempre stata un fiume in piena, fermarsi per lei non è contemplato. Durante un concerto in Florida cade e si rompe svariate ossa, neanche in quella occasione decide di fermarsi e si esibisce per i successivi nove concerti su una sedia a rotelle.

Nel mezzo si innamora e sposa il chitarrista Fred “Sonic” Smith. Insieme faranno molti concerti qualche disco e due figli. Insieme compongono People have the power: “la gente ha il potere di redimere l'opera dei pazzi fino alla mitezza, alla pioggia della grazia, è stabilito, è la gente che guida. Affido il mio sogno a te. Il potere di sognare di dettare le regole, di lottare per cacciare dal mondo i folli, è promulgata la legge della gente. Noi possiamo rivoltare il mondo, noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra, noi abbiamo il potere. La gente ha il potere”.

Si ferma un po’ solo quando la vita gli presenta un conto troppo alto, perde a poca distanza l’uno dall’altro Robert Mapplethorpe, il marito Fred, il suo pianista Richard Sohl e suo fratello Tod. Torna ancora una volta a cantare, portando a termine l’album che aveva iniziato a scrivere con il marito anni prima.

Niente è perduto per sempre. Tutto rimane vivo in qualche modo o come ha detto lei “I poeti non finiscono mai le poesie, le abbandonano soltanto”.