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C’è un senso di soggezione che si fa largo.
Non capita mai nelle strade urbane, nel traffico, tra i palazzi di un quartiere cresciuto in fretta cemento su cemento. Capita guardando il mare, un prato sconfinato, gli alberi, così senza tempo da darti tregua. Capita ovunque non ci sia fretta, ma quel senso di eterno misto a stupore, timore, rispetto. E all’improvviso l’io smisurato che ci portiamo addosso si fa talmente piccolo da scomparire, tutto torna in ordine, siamo parte di un’armonia che risuona. Prima rapiti da una timorosa soggezione, ora cullati e guariti.
Cristina Mittermeier cerca questo nelle sue foto. Messicana, arrivata al reportage fotografico per caso dopo gli studi in ingegneria biochimica con specializzazione in scienze marine, passione nata leggendo da piccola i libri di Salgari.
Fotografa con una piccola Nikon le comunità indigene dell’Amazzonia durante una spedizione con il marito, il primatologo Russell Mittermeier.
Inizia così la sua vita tra gli oceani, le popolazioni indigene, le foreste e ovunque ci sia ancora una natura incontaminata da fotografare e salvaguardare.
C’è un grande elefante che cammina, reso anco più grande dall’inquadratura dal basso, il cielo è immenso, gli fa da contraltare, le nuvole lo coprono, la luce del sole filtra tra le fessure lasciate libere e abbaglia, sceglie il bianco e nero per Memoria e Tuono.
Sfumature di rosa e glicine per i tre fenicotteri tra cielo e mare che si specchiano in Ballerine rosa, torna il bianco e nero per la Passeggiata del re, cinque pinguini che camminano nell’acqua bassa. Ci sono sempre due mondi, il mare e il cielo, riflessi o perfettamente tagliati a metà, come negli scatti split, l’inquadratura metà sopra l’acqua, metà sotto.
Le foto sono morbide, non esistono dissonanze, tornano alla mente le parole di Toni Cade Bambara “dare un senso alla confusione, tirare fuori la verità dalle macerie delle bugie”. Fa questo Cristina Mettermeir che di Bambara ha preso in prestito una frase scritta in uno dei suoi libri e ne ha fatto il motto di tutta la sua vita “Sento che il compito dell’artista sia quello di rendere la rivoluzione irresistibile. Dobbiamo armarci di coraggio e positività per portare le persone in questa conversazione”.
L’ha fatta crescere, fiorire dentro di sé, le ha dato una forma che fosse sua, “L’arte è un balsamo creato per salvare l’anima umana. Finché c’è speranza, c’è una possibilità per l’umanità” ha scritto nel suo titanico lavoro Hope, non un libro fotografico come apparirebbe, ma il tentativo di creare una comunità, come ha spiegato lei stessa.
Viaggia sempre, senza sosta. Le comunità indigene le hanno insegnato tutto ciò che ha valore, come capire quando abbiamo abbastanza per essere felici e non prendere di più, enoughness, una versione primordiale dello sviluppo sostenibile. La bastevolezza come chiave di tutto.
Scatta quasi sempre in modalità silenziosa perché il rumore del click interrompe la connessione emotiva con il soggetto. Ama scattare nell’ora blu, quando il giorno cede il passo alla sera. Quel momento preciso in cui il cielo si fa elettrico, in cui “il velo tra il mondo fisico e quello spirituale si assottiglia”. Ha un posto preferito al mondo, che è un metro sotto la superficie del mare, dove il rumore scompare e rimane solo il battito del cuore e il respiro.
Quando è a casa cammina a piedi nudi per restare radicata alla terra, quando è via quasi sempre tra gli aborigeni. Quando li vede ballare il cerchio si chiude, ha una rivelazione “l’arte non è qualcosa da appendere al muro, ma un modo di vivere…credo che non debba essere passiva, ma partecipativa. Dovrebbe risvegliare qualcosa nello spettatore: un senso di cura, un senso di urgenza, un senso di appartenenza”.
Tesse trame e che contengono la sua comunità, fili fatti di versi di poesie di Emily Dickinson “La speranza è quella cosa piumata che si posa sull’anima”, che apre uno dei suoi libri, e di parole di artisti visionari come Robert Redford “La speranza non deve essere solo un desiderio passivo, può essere una forza attiva che ci spinge in avanti, alimentando la nostra determinazione a sfidare le avversità e a forgiare il nostro destino. È quel barlume di possibilità che danza nei nostri cuori, ricordandoci che anche di fronte a circostanze difficili, esiste il potenziale per l’ispirazione e il rinnovamento”.
Cristina Mittermeier crea mondi ai quali vorremmo appartenere.

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