Visioni d'insieme

Fitzgerald, Belli e dannati

Fitzgerald, Belli e dannati

Quando Fitzgerald scrive le tremule stelle danzano, la luna brilla d’incanto ed è tutto un continuo scintillio.

Quando nel 1922 scrisse Belli e Dannati, gli echi della vita di Fitzgerald e della moglie Zelda riecheggiano nella vita di Gloria Gilbert e Anthony Patch, belli, ricchi e consumati dalla vita a soli 25 anni.

Vale la pena fare un giro tra i mercatini dell’usato per scovare una copia di Belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald nella traduzione del 1954 di Fernanda Pivano, che restituisce tutto il bagliore del sogno americano dei ruggenti anni Venti.

La osservò per qualche minuto. Qualcosa si rimescolò in lui, qualcosa che non poteva venir spiegata dagli odori tiepidi del pomeriggio né dalla violenza trionfante del rosso. Anthony continuava a sentire che la ragazza era bella; poi d'improvviso capì: era la sua distanza, non la distanza rara e preziosa di un'anima, ma lo stesso una distanza, sia pure in metri terrestri. Fra loro era l'aria d'autunno, e i tetti e le voci velate. Eppure per un attimo non del tutto spiegato, in un unisono perverso, il suo sentimento era stato vicino all'adorazione più di quanto lo fosse mai stato nel bacio più profondo” scrive Fitzgerald.

La ricchezza sfacciata sgretola l’anima, la morale e quell’afflato di eterno che alberga in ogni essere umano prima di essere corrotto. 

Non ho nulla contro una moralità convenzionale. Ho piuttosto da obiettare agli eretici mediocri che si impadroniscono delle scoperte dei sofisticati e adottano la posa di una libertà morale alla quale non hanno il diritto di aspirare data la loro scarsa intelligenza” scrive lo scrittore americano che nonostante i fiumi di alcool non perde mai la sua cruda lucidità, rivestendola con un’allure che solo lui sa creare “Dico che sono orgoglioso e savio e saggio: un ateniese fra i greci. Be’, può darsi che fallisca dove un uomo da meno potrebbe riuscire. Lui riuscirebbe a imitare, a ornare, a provare entusiasmo, a essere speranzosamente costruttivo. Ma questo mio io ipotetico sarebbe troppo orgoglioso per imitare, troppo savio per provare entusiasmo, troppo sofisticato per essere utopista, troppo greco per ornare”.

Non c’è nulla di nuovo che non sia già stato scritto nel Novecento, il futuro non è più una prospettiva e questo continuo disegnare il domani sulla base di un ieri getta le sue nefaste conseguenze anche nella letteratura. Nel ’22 Fitzgerald scriveva “Quando parla un uomo non è che tradizione. Alla meglio non ha che qualche migliaio d'anni alle spalle. Ma la donna, diamine, è il portavoce miracoloso della posterità”, sono passati centodue anni e nulla è stato ancora aggiunto a quelle parole.

Un caldo, violento rosso tramonto, una notta stellata, le lunghe collane di perle, la musica jazz, la seta che scivola sui fianchi, il tocco brillante delle frivolezze, lo spumeggiare di ondate lente tutto in Fitzgerald è pura magia e “se la verità è il fine della vita, la felicità ne è un aspetto che va ricercato nel suo breve, tremulo momento. E poi una bella sera maggio diventò giugno. Sedici giorni, ormai... quindici... quattordici”.

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