Caro diario,
caro sì, prezioso custode di ogni segreto celato o malcelato al mondo. Depositario di insicurezze e speranze. Poche righe, fiumi di inchiostro, la verità solo la verità per una volta.
Il 16 luglio 1889 Theo Van Vogh, fratello di Vincent nel suo diario scrive “Vincent lavora con una forza e una chiarezza di mente enormi, nonostante tutto. Mi scrive che dipingere è per lui l'unico mezzo per non diventare pazzo e che la natura gli dà una forza inesauribile. Quando vedi le sue tele, senti quella volontà ardente di vivere e di afferrare la bellezza della luce”. Una confessione intima che non rivela al fratello nelle sue lettere ma sembra rispondergli
Otto anni prima Vincent in una lettera a Theo scrisse “Che cosa sono io agli occhi della maggior parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole, qualcuno che non ha una posizione nella società e non ne avrà mai una; insomma, il più basso dei bassi. Ebbene, anche se ciò fosse assolutamente vero, vorrei mostrare con la mia opera che cosa c'è nel cuore di un tale eccentrico, di questo nessuno”. Fu il diario ad accogliere il pensiero del fratello, con una intima, sincera verità che una lettera non gli avrebbe garantito.
Un secolo dopo, un altro artista affida la sua anima alle pagine del suo diario, era il 20 settembre 1989 e Keith Haring scrive “Non ho paura di morire perché ho già fatto così tanto, e perché l'arte non muore. Ciò che ho immesso nel mondo continuerà a generare energia e gioia. La vita è così breve, ma ciò che conta è l'intensità del vivere. Il mio contributo al mondo è la mia capacità di disegnare. Disegnerò più che posso, per più persone che posso, finché potrò. È questo che tiene vivo lo spirito”. Di eternità e impermanenza.
Toccare vette altissimi e profondi abissi, non restare mai nel mezzo come Anaïs Nin che nel suo diario nel 1931 scrive “La vita ordinaria non mi interessa. Cerco solo i momenti più alti. Sono in sintonia con i surrealisti, alla ricerca del meraviglioso. Voglio essere una scrittrice che ricordi agli altri che questi momenti esistono; voglio dimostrare che ci sono uno spazio infinito, un significato infinito, una dimensione infinita”.
Non è l’unica, un respiro più grande agita l’animo di ogni artista, spaventati, dubbiosi, impauriti, ma anche colmi di se stessi, di quel fuoco che li fa ardere e che brucia dalla nascita. Susan Sontag ancora ragazzina la vigilia del Natale nel 1949 nel suo diario scrive “Nel diario non mi limito a esprimermi più apertamente di quanto potrei fare con qualsiasi persona; creo me stessa”.
