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Elegia d’autunno

Elegia d’autunno

Tra Van Gogh ed Emily Dickinson, sappiamo chi siamo.

“Finché ci sarà l’autunno non avrò abbastanza mani, tele e colori per dipingere la bellezza che vedo” disse il pittore, con una poesia che gli infiammava l’anima.
L’autunno è arrivato, d’imperio come ogni anno, senza alcun riguardo, senza invito, senza chiedersi se fosse bene accetto.

È arrivato il momento dei poeti che rispolverano le metafore sul fogliame.

Sante foglie dorate. Sfumature, rami che si spogliano, quel senso di morte incombente che arriva con l’innominabile, associato dal poeta allo scontento. Non è un caso.

È il prodigio di una stagione che debutta con un freddo francamente immeritato da tutte noi, tranne dalle pochissime che lo amano, per poi indulgere, al pomeriggio, in un improvviso rigurgito di estate. La ricordi diceva Ennio, ma non sei lei, tienilo bene a mente.

Ma noi restiamo stoiche.

È autunno.

L’umidità smette di essere un dato meteorologico e diventa un elemento d’arredo, s’infiltra nelle ossa e ovunque trovi spazio, quindi in ogni dove.

Si inaugura il rito della stratificazione, quel sofisticato espediente sartoriale che impone di abbigliarsi come cipolle. Di qui l’odore noto a tutti.

I simboli della stagione mantengono una loro innegabile nobiltà, pur celando insidie terrene. Le caldarroste promettono un’evocativa esperienza sensoriale, i soliti poeti che verseggiano su tutto, salvo poi alla minima distrazione tramutarsi in carbon fossile. La zucca, da umile ortaggio legnoso di campagna viene elevata a essenza suprema di vellutate, infusi e candele d’ambiente, in un tripudio di arancione. Ma tutti hanno già iniziato a vestirsi di nero. Assoluto. Malombre ancor prima di Halloween.

Come dimenticare i funghi, silenziosi custodi del sottobosco, simbolo di una stagione prelibata a patto di accettare che la linea tra una cena da gourmet e un’esperienza mistico-ospedaliera sia sottile quanto un gambo di porcino.

L’autunno è una raffinata palestra dello spirito. Sì, ascoltiamo i poeti, inneggiamo alle foglie. Salvo poi destreggiarci come in un balletto tra la variopinta bellezza di un fogliame concepito per la contemplazione e l’insidia di pozzanghere silenti, pronte a battezzare scarpe che devono diventar scure per nascondere il guaio.

Non resta dunque che accogliere la penombra e qui insisto, buia, triste, vuota o peggio, piena di insidie, con una tazza di tè fumante, acqua sporca dal sapore che devi intuire e sublimare. E tu sorridi all’arrivo di una stagione che ricorda l’unica vera stagione e devi farlo con sommesso compiacimento, perché in tutto questo disordine c’è pur sempre un’innegabile poesia.

Ah, la poesia.

Emily, una di noi, scrisse “Fa ch’io per te sia l’estate quando saran fuggiti i giorni estivi”.

Siamo Emily, confessiamolo, non Vincent.

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