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Un’ape operaia si aggira indisturbata tra le campanule rosa, ronzando si intrufola nei fiori, raccoglie polline. Di fiore in fiore procede
con schema geometrico. La campanula la aspettava fin dalle prime luci dell’alba, quando il sole aveva già fatto capire che la nebbia si sarebbe diradata in pochi minuti lasciando visibile un cielo azzurro di primavera. Gli steli verdi su cui si poggiano piccoli calici color rosa avevano resistito alla consistenza umida della nebbia confidando nel tenue calore mattutino come promessa di sopravvivenza. Ed ora che tutto è un canto di uccellini che dialogano dai rami degli alberi in fiore, ora che le lucertole immobili fra le pietre brillano alla luce diretta della stella, ora l’ape operaia è pronta per un tuffo nel calice, per esplorare e catturare nettare.
Una gatta bianca e rossa dal nome sconosciuto si stiracchia sul muretto di confine indecisa su quale parte del suo regno atterrare dopo un salto per iniziare la caccia. Lei, la gatta, non ha interesse per le campanule né per l’ape, è invece incuriosita e stimolata dal verde lucente della lucertola. Dubbiosa se lanciarsi sulla preda o temporeggiare ancora in attesa di eventi più favorevoli, completa il suo stiracchiamento prima di passare a pulire il suo pelo.
La campanula piega leggermente la testa al soffio delicato del vento che la solletica, sembra quasi si possa ascoltare il suono di una lieve risata, divertente e contagiosa. Con la borsa melaria ormai piena l’ape operaia è pronta a salutare chi l’ha ospitata, la campanula sembra scuotersi come attraversata da un brivido ma è solo il suo modo di dire ciao.

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