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Dalì, Il vento surreale del Mediterraneo

Dalì, Il vento surreale del Mediterraneo

Salvador Dalì si è nutrito di ossessioni, rendere visibile l’inconscio è stata la più totalizzante.

La metafisica era la più grande, quella che lo ha accompagnato per gran parte della sua vita dando forma alla mistica nucleare, evoluzione del surrealismo, il brodo primordiale dal quale è nata la sua arte, un misto di filosofia, fede religiosa, fisica atomica e geometria sacra.

Diede forma alla paura incontenibile che si generò in lui dopo scoppio della prima bomba atomica, di lì con un senso critico acuto misto a paranoia gli ha permesso di esplorare il nuovo mondo.

Nelle sue parole la chiave per comprendere la sua arte “La pittura è la faccia visibile della tragedia invisibile. Il mio compito è di materializzare le immagini della fisica metafisica con la precisione più imperiale che la più irruzione delle facoltà”. Lo fece non soltanto con la pittura, ma anche con la scultura, come quelle in mostra a Matera sino al 29 ottobre in Il vento surreale del Mediterraneo sezione della più ampia mostra Due visioni del Mediterraneo curata da Beniamino Levi e ospitata dalla fondazione Sassi di Matera.

La psicoanalisi lo ha accompagnato nei suoi viaggio mentali e il dialogo a distanza con il pensiero di Sigmund Freud ha influenzato la sua ricerca artistica. In Cabinet Antropomorfic, Dalì scolpisce una donna, distesa, i capelli le coprono il volto, il corpo è costellato di cassetti semiaperti, chiaro richiamo alla metafora dei tre cassetti dello psicoanalista, inconscio, preconscio e conscio.

Nel Cristo ritorto la scultura nasce da un modello in cera ispirato al dipinto Christ of Saint John of the Cross, un errore tecnico ha provocato una torsione della figura, risultando avvolta sulla croce, una deformazione di cui ha amato il valore simbolico che gli ha permesso di dire più di quanto aveva immaginato. 

Nella Venere Spaziale omaggia l’ideale classico di bellezza, un busto armonioso dai tratti classici, sul ventre si rompe, due metà di uno stesso corpo. Le formiche amplificano il senso di disfacimento, l’orologio simboleggia il tempo che fugge portando via la bellezza eterea di una giovane donna. Da quel tronco tagliato in due appare un uovo, simbolo di rinascita.

Opere che trascendono la realtà nella scoperta di un’inconscio dove l’immaginazione dà forma e sostanza ai sogni. 

Per nulla preoccupato di non essere capito e amato, Dalì affida alle sue parole il compito di stilare il suo testamento morale “Non sono io il clown, ma questa società mostruosamente cinica e così ingenuamente incosciente che gioca a fare l'ironica per nascondere la propria mancanza di fondamenti metafisici”.

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