La Sweethearts Orchestra, voce fuori dal coro

La Sweethearts Orchestra, voce fuori dal coro

Il Mississippi bruciava alimentato dal fuoco devastante dell’odio razziale, della segregazione, della violenza e dell’ignoranza. 

 La schiavitù era stata abolita ma vigevano le leggi Jim Crow. Nascosto dietro il vessillo del “separati ma uguali” l’odio permeava ogni aspetto della vita. Scuole separate, bagni separati, posti a sedere sugli autobus separati, file alle poste separati. Due mondi distinti che marciavano uno accanto all’altro evitando anche solo di sfiorarsi. Gli afroamericani e tutti quelli definiti “colorati” dovevano girare gli Stati del Sud con il Green Book, una sorta di guida turistica che indicava i ristoranti, gli alberghi, i negozi e i distributori di carburante che avrebbero accettato clienti afroamericani.

Nella contea di Rankin, nel Mississippi, il tasso di analfabetizzazione era dell’80%. In questo scenario di odio, povertà e ignoranza Lawrence Clifton Jones, afroamericano, illuminò il Mississippi. Avviò una scuola di formazione per ragazze e ragazzi poveri, prevalentemente afroamericani, spesso orfani, la Piney Woods Country Life School, con appena due dollari e tre studenti. Un pazzo per molti, un visionario per la storia. Le sue idee, la sua missione, l’entusiasmo con il quale portava avanti la sua minuscola scuola erano contagiosi. Ed Taylor un ex schiavo gli donò 40 acri di terreni e un vecchio capannone abbandonato per realizzare la sua scuola. Il proprietario di una segheria, donò il legno, ognuno diede ciò che poteva, chi bestiame, chi latte, chi soldi. L’emancipazione non era ben vista da tutti. Nel 1918 cercarono di linciarlo, ma Lawrence C. Jones non solo convinse la folla a risparmiarlo, ma riuscì anche a farsi dare qualche contributo per la sua scuola. Ed è grazie alle sue idee e alla sua caparbietà che nacque nel 1937 la prima orchestra jazz e swing completamente formata da donne, la International Sweethearts of Rhythm. International come le sue componenti, prevalentemente afroamericane, ma anche cinesi come la sassofonista Willie Mae Wong, messicane come la clarinettista Alma Cortez, indiane come la sassofonista Nina de LaCruz, hawaiane come la trombettista Nova Lee McGee e bianche ebree come la sassofonista Rosalind Cron.

Una deflagrazione nel vecchio bigotto Sud. 

La band non era solo un modo per togliere dalla strada le ragazze, erano brave, tanto da arrivare a suonare all’Apollo Theater di New York, al Cotton Club di Cincinnati, al Regal Theatre di Chicago e all’Howard Theatre di Washington.

Brave tanto da essere precedute dalla loro fama, ma non abbastanza da diventare ricche e potenti. 

 

Hanno pubblicato pochissime incisioni, ma il passaparola le ha rese grandi. Arrivavano, suonavano e sempre realizzavano il tutto esaurito. All’Howard Theatre nel 1941 riuscirono a far incassare al botteghino la cifra record di 35mila dollari a settimana. Naturalmente erano donne e nere, e tra le loro componenti c’erano anche due lesbiche, questo bastava a tenerle sempre un po’ sotto la linea di demarcazione dell’accettabile. La loro paga era ridicola: un dollaro al giorno per mangiare e un dollaro a settimana come compenso per i loro incredibili concerti. Si esibirono in una jam session anche con la band di Dizzie Gillespie. Le cronache riferiscono che vinsero la sfida.

Ma nei libri sulla storia del jazz ci sono entrate solo negli anni Sessanta e Settanta, grazie al movimento femminista che le ha riscoperte. Nel 1944 la rivista DownBeat nominò la band “America’s no. 1 All Girl Orchestra”. I soldati afroamericani in guerra in Europa le reclamavano, scrivevano per loro lettere d’amore e così le Sweethearts fecero una tournée in Francia e in Germania, anche lì un successo clamoroso. Ma gli Stati Uniti non erano l’Europa e così la band femminile più famosa d’America viaggiava e viveva su due autobus, uno per viaggiare e dormire, uno per studiare. L’istruzione prima di tutto. Le musiciste bianche dell’orchestra dovevano fingersi mulatte o addirittura scurirsi la pelle. I segregazionisti non accettavano i neri, men che meno le donne bianche ingrate della loro condizione di superiorità che osavano mischiarsi con i neri. Ma nulla fermò la band femminile più famosa d’America. Hanno continuato a suonare e cantare per anni. Il suono sovversivo della loro dirompenza riecheggia ancora sulle note di George Gershwin e di Count Basie.