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Prospettiva Brodskij

Prospettiva Brodskij

Leningrado si consuma, denutrita da un regime che semina sospetto e tenuta in vita da sussurri di versi e note.

Un articolo pubblicato il 29 novembre 1963 sul Večernij Leningrad tacciava Iosif Brodskij di parassitismo. Fu processato e condannato a cinque anni di lavori forzati in esilio nel distretto di Konoša. Il processo fu una farsa, il giudice minaccioso gli chiese  “E chi l’ha riconosciuto come poeta? Chi l’ha annoverato tra i poeti?”, lui rispose “Nessuno. E chi mi ha annoverato tra gli esponenti del genere umano?”. Incalzandolo per la sua mancanza di studi, Brodskij provato e in stato confusionale disse ciò che solo un poeta poteva dire “Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l'università dove preparano... dove insegnano...”, “Non pensavo... Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione”, “E come?”, “Io penso che venga da Dio”. All’accusa di parassitismo aggiunsero anche quella di pornografia e di assenza di amore per la patria e il suo popolo, portando come prova i suoi versi.

Scrittori, intellettuali e poeti di tutto il mondo si mobilitarono per lui, il discorso al governo russo di Jean Paul Sartre fu decisivo, le autorità russe lo liberarono prima dello scadere dei cinque anni. Di quel periodo non si lamentò, anzi, si disse contento di aver potuto studiare i poeti inglesi, in particolare Auden.

Era un discepolo di Anna Achmatova, la considerava la poetessa più grande dai tempi di Puškin. Recitava le sue poesia in ogni luogo, le recitava ad alta voce per diffonderle trai vicoli, sulle prospettive. Recitava il Requiem che sapeva a memoria, come gran parte dei cittadini di Leningrado, che lo declamavano con flebili bisbigli. Nella lista nera ci rimase per tutta la vita e oltre. Ne fu impedita la pubblicazione integrale sino al 1987, ventun’anni dopo la sua morte, 53 anni dopo il componimento dei primi versi di quel Requiem che lei scrisse per tutta la vita. Brodskij cercava editori stranieri disposti a pubblicare quel manifesto di un amore sofferto verso una patria, un popolo, un’era. Nei versi di lei tutto il dolore “Ero allora col mio popolo, Là dove il mio popolo, per sventura, era”, in quelli di lui l’inquietudine e il senso di sconfitta che lo accompagnava “Io, grumo borbottante di parole”.

Quel grumo continuava a declamare versi, a scrivere poesie, a lanciare accuse contro un’umanità perduta. Lo costrinsero all’esilio a vita. Nel 1972 il dipartimento per i visti e gli stranieri dell’Unione Sovietica, gli intima di scegliere tra l’esilio o interrogatori quotidiani, carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici. Andò a Vienna dove conobbe Auden, poi volò in America dove rimase tutta la vita. Non vedrà mai più i suoi genitori, 12 volte chiese e gli fu negato il visto, non poté partecipare al loro funerale. I suoi versi volarono oltre l’oceano che li divideva “Sulla pelle ho sperimentato due oceani e due continenti, mi sento quasi come il globo”, ma non dimenticò mai Anna e le sue poesie, in cui c’era tutta la vita “Bevo a una casa distrutta, alla mia vita sciagurata, a solitudini vissute in due e bevo anche a te: all’inganno di labbra che tradirono, al morto gelo dei tuoi occhi, ad un mondo crudele e rozzo, ad un Dio che non ci ha salvato”.

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