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Vivere la vita che volevo

Vivere la vita che volevo

Tenace, inarrestabile, Susan Sontag non ha mai dubitato di se stessa e ha determinato il suo destino. Come lei in tante, comunque poche.

“Il motivo per cui le persone che prendono le mosse da ideali e aspirazioni e non arrivano a fare ciò che sognavano da giovani è perché mollano. E mi sono detta: io non mollerò”, scrive Sontag, “non ho mai pensato che non sarei riuscita a vivere la vita che volevo”.

Ed è tutta lì la differenza tra chi arriva a destinazione e chi si ferma lungo il percorso. 

“Nel fiume sotterraneo di istinti” che portò Agnès Varda a girare il suo primo film c’era tuttavia la consapevolezza di ogni ostacolo e deviazione che la vita le aveva posto sul cammino. Era donna in un mondo non ancora pronto a vederla brillare al pari di un uomo, ma lei non voleva rinunciare a nulla. “C’è un’unica soluzione e cioè diventare una specie di superdonna, e vivere diverse vite contemporaneamente. Per me la difficoltà maggiore è stata questa…vivere più vite insieme, non cedere, e non abbandonarne nessuna…Non rinunciare ai bambini, non rinunciare al cinema, non rinunciare agli uomini, se ti piacciono”.

Quando la tv tedesca le diede carta bianca per un film, lei aveva da poco partorito il suo secondo figlio, conciliare due esperienze così totalizzanti sarebbe stato impossibile per molte, senza sacrificare l’una a discapito dell’altra. Così si impose un raggio di azione di 80 metri, ovvero la lunghezza del cavo elettrico che aveva a casa. Rimase in casa per tutto il tempo di realizzazione del film “mi sono detta che era un buon esempio di creatività femminile, sempre un po’ ostacolata e soffocata dalla casa e dalla maternità”.

I luoghi, i tempi della creazione, ognuna li ha vissuti e delimitati a modo suo. Christina Rossetti non volle rispondere alle continue richieste del suo editore di scrivere un secondo libro “preferirei vivere come autrice di un unico libro che come autrice di un libro leggibile…scrivere a comando è una cosa che non so fare”. Se la Rossetti era istinto e spontaneità Joan Didion faceva decantare ogni parola nella sua mente sin quando non risultava armoniosa e perfetta. Ogni sera dopo aver scritto si sedeva comoda e sorseggiava un drink. Un’ora di pensieri solo per sé, prima di cena, prima di darsi al mondo, prima di mettere il punto al lavoro quotidiano che poteva iniziare al mattino e concludersi la sera, con poche frasi, magari un paragrafo e nulla più. 

Il suo esatto opposto Françoise Sagan, forte dell’impeto della sua età scrisse di getto, in due mesi, lavorando un paio di ore al giorno il suo Bonjour Tristesse “cominciai e basta, sentivo un forte desiderio di scrivere e avevo il tempo per farlo”. A volte andava male, le parole erano vuote e insignificanti altre tutto sembrava incastrarsi alla perfezione come le note di un’opera e quelle volte, quando tutto va bene “sembra di guardare qualcuno che corre i cento metri in dieci secondi. È un miracolo”.

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