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Ligabue, nei dipinti se stesso

Ligabue, nei dipinti se stesso

Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero 

come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore.

Sono le parole incise sulla tomba di un artista nato senza nome, né un padre. Fu Costa inizialmente, come la madre, poi Laccabue come il patrigno e infine Ligabue quando ripudiò l’uomo per lui colpevole di aver ucciso la madre e i suoi tre fratelli.

Dipinse se stesso più e più volte per mostrare al mondo che esisteva.

Nei suoi autoritratti che evidenziano gli occhi grandi, il naso bitorzoluto, le labbra carnose, le orecchie a sventola, non cela nulla di sé, si mostra per essere riconosciuto vero. Lui che visse per anni nei boschi vagabondando tra gli animali, che amava più di tutto, sfuggendo a un mondo che gli aveva inflitto solo dolore. E tanto più forte era il dolore, più brillanti erano i colori che utilizzava. Terra di Siena, bruno Van Dyck, il rosso carminio, il bianco di zinco, giallo limone e blu di Prussia mescolati per creare i suoi verdi assoluti.

Il momento esatto che portò in Ligabue il dolore fu quando il padre adottivo Bonfiglio Laccabue lo affidò ad un’anziana coppia svizzera per liberarsene. Rifiutato e abbandonato da chi avrebbe dovuto amarlo, rifiuterà per sempre il mondo che gli era intorno.

A 18 anni il primo ricovero nell’ospedale psichiatrico di Pfäfers dove i medici notarono il suo incredibile talento artistico “sorprendente in senso intellettuale il talento, spiccato e unilaterale del ragazzo per il disegno” è una annotazione a margine della sua cartella clinica.

“Gli occhi di Ligabue li troviamo all’improvviso riconoscibili e scrutatori in un cavallo o in un pollo dei suoi quadri. Forse gli animali vedono le cose come sono, per questo tentava di trasformarsi in loro” scrisse di lui Cesare Zavattini nella biografia in versi che gli ha dedicato.

Dipinge leoni, leopardi, aquile, volpi, buoi, cani, tigri. Si definì “il pittore degli animali” e nei loro occhi, più che in quelli di uomini e donne lui alberga l’umanità intera.

Marino Renato Mazzacurati lo scopre per caso, lo cerca nei boschi, passano giorni prima che Ligabue si fidi di quell’uomo tanto da rivolgergli la parola. Mazzacurati lo porta via con sé e gli insegna l’uso dei colori ad olio. Da quel momento diventa un pittore. 

Limitarlo in una definizione di genere è inutile, a chi lo etichettò pittore naïf, rispose il padre della naïveté Anatole JakovskyEgli resterà uno dei grandi enigmi del nostro tempo!”.

Intensi e feroci, nei suoi quadri c’è la cruda verità del mondo e c’è il movimento che rispecchia un’anima in continuo tumulto. 

Nonostante la vita sempre ai margini della società, il genio splendeva luminoso. Bartolini nel 1941 scrisse “Era un chiamato da iddio…la sua preghiera si chiamava dipingere; pittura…si sofferma nelle cose e da brevi che sono le rende, per forza di accesa visione, grandi e immense”.

Galli e galline nell’aia, un cane che corre su un prato, gli uccelli che volano liberi nel cielo. La vita semplice, la natura sempre e solo lei in ogni sua opera.

“Ligabue non può non sorprendere, non sgomentare, e non convincere con lo spettacolo sbalorditivo di questa sua tenebrosa violenza e magica perizia di pittore che sa darci in un unico impasto l’ordine e il disordine dell’uomo nel creato”. Le parole del pittore Giancarlo Vigorelli.

 

 

Al castello aragonese di Conversano, sino all’ 8 ottobre è visitabile la mostra su Ligabue organizzata dal Comune di Conversano e da Arthemisia.

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