Sonita, un rap per le spose bambine

Sonita, un rap per le spose bambine

Lasciate che vi sussurri le mie parole, cosicché nessuno oda che parlo della vendita di ragazze. La mia voce non dovrebbe essere udita.

Sonita Alizadeh canta il suo dolore, canta per le ragazze come lei  vendute e costrette a sposarsi ancora bambine, canta contro i soprusi, contro le ingiustizie. Oggi a soli 23 anni, ma ha vissuto almeno tre vite. La prima a Herat tra le bombe e la distruzione, scappa dal regime talebano  e si rifugia in Iran dove vivrà la sua seconda vita immersa nella povertà estrema. Ancora bambina lavava i piatti per aiutare la famiglia a sopravvivere e di nascosto ascoltava la musica rap, la sua preferita, quella di Eminem, Missy Elliott e M.I.A. che diventano i suoi idoli. A lei che era precluso tutto, anche l’istruzione quella musica le donava la libertà. Inizia a scrivere, compone il suo primo rap Child Labour dove denuncia la condizione dei bambini come lei costretti a lavorare.

A dieci anni scopre di essere stata venduta dai genitori come sposa bambina. Novemila euro il suo prezzo. Novemila euro che serviranno al fratello a comprarsi a sua volta una sposa bambina. Era tutto già stabilito, anche la data del matrimonio, al compimento dei suoi sedici anni. Cova la rabbia, la paura, la delusione per cinque anni sin quando compone Brides for sale “Io grido per rimediare al silenzio lungo una vita delle donne. Io grido a nome delle profonde ingiurie sul mio corpo. Io grido per un corpo esaurito nella sua gabbia. Un corpo che si è spezzato sotto i cartellini dei prezzi che vi avete messo sopra” scritta a 15 anni. Indossa un abito da sposa e un codice a barre disegnato sulla fronte e con l’amica Rokhsareh Ghaem Maghami, regista iraniana che aveva documentato la sua vita nel film Sonita, gira il video e lo pubblica su YouTube. Fa il giro del mondo, tutti ascoltano il suo grido di dolore “Come tutte le altre ragazze, io sono chiusa in gabbia. Mi vedono come una pecora allevata solo per essere divorata. Ripetono che è giunta l’ora di vendermi”.

In milioni ascoltano la sua canzone e tra questi anche la ong Strongheart Group che le offre un visto per studenti negli Stati Uniti. Sonita ora è libera  e canta le sue canzoni, per chi non è riuscita a sfuggire a tutto quell’orrore. Non ha parole di odio per la famiglia, la povertà è il vero nemico che costringe a fare l’impensabile “Non farò nulla per mettervi in difficoltà finanziarie. Se vendermi vi porterà la felicità. Proverò a mentire ‘è tutto fantastico’. Spero che Dio conserverà i vostri sorrisi ed i miei sorrisi li scambierò con il vostro dolore”.

Si è ripresa il suo sorriso, ha combattuto per la sua libertà e continua a farlo per tutte le altre bambine che sono ancora in Afghanistan e non hanno voce lei rappa “Io me ne vado ma nel caso voi sentiste la mia mancanza, lascio la mia bambola qui per voi. Non lasciatela piangere come me. Non vendetela, lasciate che sia un regalo con cui ricordarmi”.