Malintesi, oltre la parola i segni

Malintesi, oltre la parola i segni

“Prendeva lo zaino del fratello, puntava il dito in lontananza, dritto davanti a sé, il viso pieno di  speranze …”. Julien si è ritratto così. 

Ed è il suo biglietto di addio, alla sorella Francoise, prima di andare via, da casa. Solo, diciannovenne, per seguire un destino che è una identità. “Sarebbe andato a cercare altri sordi, per liberarsi”. Perché era prigioniero, di una volontà non sua. 

Bertrand Leclair in Malintesi, edito da Quodlibet (traduzione di Marco Lapenna) scrive una storia che è  un romanzo, con note autobiografiche, e ripercorre con voce sincera la strada difficile della rivendicazione dei diritti, a lungo negati anche in Francia, dei sordi.  

Julien Laporte, il protagonista, nasce in un paese all’estremo nord della Francia, negli anni sessanta, in una famiglia in cui il padre, Yves, è un uomo che ha saputo costruirsi la sua fortuna. Da semplice operaio in una tipografia, ha sposato la figlia del proprietario, per poi prendere le redini dell’azienda. Un uomo che si è fatto da solo, che ha combattuto nella Resistenza, che ha programmato la sua esistenza. Finché un giorno Yves non scopre che il secondogenito Julien è sordo. E qui il nuovo obiettivo è applicare il metodo oralista, seguendo la dottrina di Alexander Graham Bell, nemico della lingua dei segni. 

Il viaggio di Bertrand Leclair diviene a tratti saggio sulle discriminazioni dei sordi, sulla storia su una dittatura della parola, del verbo, pronunciato, e sulla letteratura. “Eppure… la letteratura, cuore pulsante della lingua comune, dell’udito e dell’inaudito, Verbo fecondatore, maledizione di ciò che è detto male, benedizione di ciò che sarebbe ben detto … non è sconvolgente trovarci così pochi sordi? … da Rabelais a Lobo Antunes, dal Quasimodo dell’immenso Victor Hugo al meraviglioso John Singer, che proprio per la sua sordità occupa il centro dell’universo de Il cuore è un cacciatore solitario, di Carson McCullers”. 

 Julien, a Parigi incontrerà la donna della sua vita. Si sposerà, avrà tre figli, sarà un illustre intellettuale impegnato nella lotta alle discriminazioni dei sordi. Tornerà a casa solo venticinque anni dopo il suo allontanamento. Sarà il momento di sviscerare l’odio e tutti i risentimenti maturati nel corso di una esistenza in lui e in suo fratello Xavier, ripercorrendo l’infanzia dei tre fratelli e il ruolo della madre Marie-Claude Legrand. 

Leclair, nel suo romanzo familiare, evidenzia malintesi e il difficile ruolo di genitore, sempre e comunque. Ma è anche un atto di accusa e di assoluzione nel suo ruolo di padre di una ragazza sorda. “Mi affaccio sulla porta della stanza di mia figlia, sedici anni dopo aver vissuto come un terremoto la scoperta della sua sordità, e la risata improvvisa di lei mi autorizza a parlare di fortuna in questo libro di cui l’ho già messa a parte. Non è solo tutto quello che mia figlia mi ha insegnato, sulla lingua e sul verbo come sulla forza di essere. … Anche con le mani, anche con gli occhi potremmo cercare di imparare, forse, a parlare d’amore”.