“Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice,
tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell'amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo”.
Nasce con una frase tipicamente maschile dove la critica sfocia in un complimento per non essere troppo da una parte o dall’altra la relazione tra Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.
La critica da intellettuale bisognoso di dimostrare il suo valore era la sua arma preferita, quando Serao scrisse Fantasia lui senza troppi giri di parole ridusse quel libro a carta straccia “… si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell'insieme… vi si dissolve sotto le mani per l'inesattezza, per l'inopportunità, per la miscela dei vocaboli dialettali italiani e francesi”.
Quel Fantasia in cui lei scrisse “L’amore non è una cosa allegra, Andrea: ricordati che l’amore è una tragedia…Non si può essere felici sempre. La felicità è un peccato, la felicità si sconta”.
Inspiegabilmente si piacquero, lavorarono insieme e si sposarono.
Lei, con lui, fondò prima Il corriere di Roma, un fallimento, dalle cui ceneri prese spunto per scrivere Vita e avventure di Riccardo Joanna, che Benedetto Croce definì “il romanzo del giornalismo”.
Il quotidiano si fuse con Il Corriere del Mattino, diventando Il Corriere di Napoli e la Serao chiamò a collaborare Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio e Salvatore Di Giacomo. Nel 1891 Serrao e Scarfoglio decisero di cedere le loro quote e con il ricavato fondarono Il Mattino.
Fu la prima donna a fondare e dirigere un quotidiano, anni dopo, quando si separarono lei fondò con Giuseppe Natale Il Giorno. Fu candidata sei volte al Nobel per la Letteratura dal 1021 al 1926, sempre ostacolata dal regime fascista per le sue posizioni non allineate. Proprio nel 1926, l’anno in cui fu più vicina alla vittoria le preferirono Grazia Deledda.
Matilde Serao andava di fretta, non indugiava mai, figlia di un esule politico anti-borbonico e di una nobile greca iniziò a lavorare come telegrafista a 18 anni, a 22 pubblica la sua prima novella Opale.
Diventa amica di Eleonora Duse e quando ebbe una famiglia con il poeta Mario Giobbe la chiamò come lei.
Alternò sempre giornalismo e letteratura, sino alla morte che la colpì mentre era seduta alla scrivania a scrivere il suo ultimo articolo.
Napoli fu il centro delle sue opere, superstizione, miserie, umanità, bellezza. Portando i napoletani in alto e in basso allo stesso tempo come ne Il ventre di Napoli.
Ogni aspetto della sua città era materiale per i suoi libri, dell’eruzione del Vesuvio scrisse “Romba, romba il Vesuvio, proprio su noi, proprio su tutti noi: alto è l’incendio del cratere, oramai, nella sera che discende; si erge, spaventosa, innanzi a noi, la duplice massa bruna e mostruosa delle due lave immote: ardono, esse, profondamente, le lave; e, intanto, una pazzia è nelle persone, popolani, contadini, signori, indigeni, napoletani, stranieri, come una tragica gazzarra è intorno a quel paesaggio di tragedia, fra il pericolo appena scongiurato di questa notte, e il pericolo imminente di domani!”.
Napoli era il suo respiro, la sua parola, il suo grande doloroso amore.
“Troppo ho sofferto nell’onore e nella prosperità: troppo ho lagrimato di vergogna e di indignazione. Io debbo cominciare per salvarmi, se voglio esser salvata da tutto, da tutti. Nelle mie mani è la mia prima risurrezione: cioè quella della mia esistenza, morale, cioè quella del mio decoro sociale. Farò, io, veder al mondo, all’Europa, all’Italia che di tutti i doni della sorte, io sono degna, che di tutti gli aiuti fraterni, io sono degna, io, Napoli, paese di gente onesta, mandando al Comune solo gli onesti, chiedendo ad essi, che da essi si prosegua e si esalti la mia riabilitazione!”.
