Le scarpe le aveva abbandonate a pochi passi dalla riva, su uno scoglio chiaro, una roccia isolata sulla spiaggia dorata dal sole caldo.
Gli abiti li aveva sfilati pian piano, mentre camminava avanti e indietro per decine di metri osservando il mare e le increspature sulla superficie.
Il mare lo aveva scelto come compagno di confidenze, come consigliere, come depositario dei più intimi pensieri. La distesa azzurro verde accoglieva confidenze, donava risposte e interpretazioni, suggeriva strategie e percorsi da seguire.
Questa volta aveva scelto di camminare, altre aveva portato un telo e un libro, altre aveva scelto di nuotare, sciogliendo muscoli e dubbi bracciata dopo bracciata.
Il vento lieve di scirocco una piacevole carezza per rinfrescare la pelle esposta al sole, un gabbiano con eleganza plana a pelo d’acqua per poi riposare, un piccolo pesce raggiunge la riva con riflessi d’argento. I pensieri si perdono, l’osservazione prende il sopravvento, una barca a vela sullo sfondo, alcuni bagnanti più in là lungo la costa, un bambino intento a costruire un immenso castello di sabbia. Un uomo sulla striscia dorata raccoglie punte di plastica bianca persi dagli ombrelloni estivi.
Camminare con i piedi nell’acqua, sollevare la sabbia smuovendo il fondo passo dopo passo, lasciando andare tutto ciò che opprime e disorienta, tutto ciò che sta lì fermo come un macigno sullo sterno. Camminare e respirare e sorridere ricordando che da bambini pensare di svuotare il mare con un secchiello è impresa possibile.
