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L’uomo e il mare

L’uomo e il mare

Seduto sulla riva del mare il solitario frequentatore della costa sa attendere. Prima o poi arriverà da est, un’onda, lo sa. Tempo al tempo.

Il mare che appare come una superficie piana, liscia, come acqua congelata, potrebbe inaspettatamente rivelare la sua natura burbera, distruttrice e rivolgergli quelle attenzioni che lui, seduto tranquillamente in contemplazione, rifugge.

Lo sa bene il granchio che potrebbe d’un tratto finire scaraventato in una pozza tra gli scogli e non trovare la via del ritorno. Lo sa il pesciolino argenteo che non serve sfidare la tempesta ma aspettare la quiete.

Le considerazioni dell’uomo seduto sulla riva non sembrano interessare l’enorme massa d’acqua, mare, oceano, non oggi, non qui, non in questo tempo fermo. Qui dove tutto sembra sospeso non in balia delle onde, assenti per ora, ma nella follia dell’umanità. Lontano il giorno in cui bastava pronunciare una parola perché si riconoscesse il genio. Appiattiti su queste rive incerte l’eternità è un concetto estraneo. Perché tutto ha un inizio ed una fine, sospensione spazio-temporale in cui ci si affretta a patire e soffrire e non a gioire del dono ricevuto.

Lui, l’uomo sa che qualcosa è cambiato, aver abbandonato le scarpe vecchie gettandole in acqua deve aver scosso il mare. Sa che non potrà più specchiarsi, moderno narciso, sa che presto sarà  travolto, ha notato una increspatura al largo. Una irregolarità nella linea piatta. L’inizio di una fine certa. Scappare non serve, la furia delle onde si abbatterà su di lui, reo di un inaspettato abbandono.

Incontrastabile destino.

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