Duchamp, l’arte del silenzio

Duchamp, l’arte del silenzio

Si esprime con il silenzio, sottraendosi ai riflettori, così come sottrae le sue opere che non possono essere classificate. Unico nel suo stile.

È Marcel Duchamp imprevedibile e ironico dalla personalità complessa.  Francese, segna il secolo con la sua genialità, lui che tenta di dominare la materia, di regolare il caso, di dare un tratto nuovo all’arte.

Inventò i ready-mades, gli oggetti usuali proposti come opere d’arte, realizzando la sospensione del giudizio estetico. Utilizza nuovi materiali, innova, provoca, ricerca, studia, supera gli schemi pre-costituiti. Nel 1920 a New York fonda con Dreyer e Man Ray la Société Anonyme e nel 1921 firma il manifesto dadaista. Ma le classificazioni, gli ambiti ristretti lo avviliscono. Lui pensa ad altro, pensa all’arte come una evoluzione, opera che si costruisce con il tempo, con l’osservazione. Sperimentare sembra essere la sua vocazione.

Una tra le opere più note dell’artista, Il Grande Vetro, rimasta volontariamente incompiuta, è “un poema d’amore, una sorta di epopea erotica e cosmica, in cui i grandi sconvolgimenti dell’universo accompagnano le miserie umane”, scrive Clair. E con quel vetro Duchamp entra in una nuova dimensione, oltre lo spazio, nella trasparenza, oltre lo specchio. Innova, crea.

L’artista non è solo a compiere l’atto della creazione poiché lo spettatore stabilisce il contatto dell’opera con il mondo esterno decifrando e interpretandone le qualifiche profonde, e in questo modo aggiunge il proprio contributo al processo creativo”, dichiara Duchamp.

Nelle rare occasioni in cui espresse qualche opinione sull’arte, lo fece nella maniera più impersonale, come se la cosa non lo riguardasse. Era un misto di orgoglio e di umiltà”, scriverà Man Ray.