Tazio Nuvolari, veloce più del vento

Tazio Nuvolari, veloce più del vento

Un cavallo scalcia infastidito, colpisce un bambino di sette anni, che da allora non vuole più avvicinarsi all’animale. La paura cresce.

 Giorno dopo giorno monta invadendo ogni parte del suo corpo, sin quando il padre getta una moneta d’oro tra gli zoccoli del cavallo dicendo al figlio “se la vuoi, prendila”.

“Quel giorno smisi di aver paura delle cose e della paura stessa” disse una volta cresciuto, quel bambino che si mise in tasca la sua moneta d’oro diventando Tazio Nuvolari.

La paura si trasforma in “un coraggio disumano” come diceva Enzo Ferrari. Durante la prima guerra mondiale guida le ambulanze della Croce Rossa, finisce fuoristrada con il suo colonnello che gli dirà “Dammi retta, lascia perdere, l’automobile non fa per te”. Il primo a non aver visto oltre quell’immagine di uomo basso di statura che pesava una manciata di chili.

Ma come può curarsi delle inutili parole un uomo che serba in sé un coraggio disumano? 

Inizia a gareggiare nel 1927 prima sulle moto, poi sulle auto, per molto tempo su entrambe, vincendo indistintamente. Amico di Ceo Chiribiri riesce a procurarsi un’auto. Gareggia al Tigullio nel ’24 ed entra nella storia. Sempre Ferrari, anni dopo dirà di lui “E’ un prodigio insuperato dell'istinto ai limiti delle possibilità umane e delle leggi fisiche” che vennero fuori già nella gara del Tigullio. Esce di pista, si ferma ad un passo dallo strapiombo sul mare, non arretra, non si ferma, a pochi chilometri dall’arrivo perde una ruota della sua  Bianchi Tipo 18, l’auto si ribalta, cade in un fosso. L’auto è ferma, perde pezzi come un colabrodo. Il meccanico dice che non c’è nulla da fare, lui non si arrende, chiede ai passanti di aiutarlo, l’auto viene ricomposta, gareggia su quella che è poco più di brandelli di carta tenuti insieme dallo scotch. Ma lui non ha paura. Spinge sull’acceleratore, corre, vola, le ruote si disintegrano, restano solo i cerchioni, perde il volante e il seggiolino di guida. Il meccanico è seduto accanto a lui, svenuto. Lui incastra una chiava inglese che userà come volante, sino al traguardo. Primo posto. Mentre taglia ruggente la pianura, Nuvolari entra nel mito. Si accorgono di lui Ferrari e  Gianfernando Tommaselli, direttore generale della Bianchi, che decide di ingaggiarlo.

Continua a correre più veloce del vento, su due e su quattro ruote. All’Autodromo di Monza, durante i test della sua moto, l’Alfa Romeo cerca un pilota per sostituire Antonio Ascari, morto nel Gran Premio di Francia. Nuvolari sale in auto e corre più veloce del tempo, eguaglia il record di Ascari, poi si ribalta e cade in una scarpata.

Contusioni, lacerazioni e qualche costola incrinata. Ma niente lo ferma. Si fa fasciare e dimettere. Raggiunge la pista, viene portato a spalle sulla sua moto, non si reggeva in piedi. A cosa servono le gambe ad un uomo come lui? Parte ultimo e vince. Diventa campione d’Europa.

Nel 1926 viene incoronato campione d’Italia assoluto, nel 1927 vende un podere ereditato dal padre e crea la sua squadra automobilistica. Compra quattro Bugatti, due le cede all’amico e rivale Achille Varzi. 

Nel 1930 diventa uno dei tre alfieri dell’Alfa Romeo, insieme a Varzi e Campari. Gareggia nella Millemiglia, accrescendo il suo mito con il “sorpasso a fari spenti”. Varzi ha sette minuti di vantaggio su di lui, è notte, Nuvolari decide di spegnere i fari della sua auto e corre così senza vedere nulla, ma c'è sempre un numero in più nel destino quando corre Nuvolari e indomito sorpassa l’amico e vince. Ancora una volta.

“Il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire” lo definì Ferdinand Porsche continuava a vincere, a volare e a far sognare.

Nel 1931 gareggia al circuito delle Tre Province, con la sua Alfa Romeo 1750 6 cilindri supera come una scheggia un passaggio a livello, si rompe la molla di richiamo dell’acceleratore. Si toglie la cintura che gli regge i pantaloni, la fa passare attraverso il cofano e con quella controlla sterzo, freno e frizione. Il meccanico regola l’acceleratore. Sembra incredibile solo a dirsi, ma con l'Alfa rossa fa quello che vuole dentro al fuoco di cento saette e vince, superando Enzo Ferrari. 

Il mondo lo acclama, Gabriele D’Annunzio lo invita al Vittoriale, gli regala una tartaruga d’oro, con incisa una dedica “all’uomo più veloce l'animale più lento”. La tartaruga diventa il suo simbolo, la appunterà sulla sua maglia gialla, sulla sua carta da lettere, sulla fiancata del suo aereo e ne fece realizzare qualche copia da regalare agli amici. D’Annunzio altero e bramoso di gloria gli chiede in cambio del suo dono di vincere la Targa Florio, Nuvolari con lo sguardo serio gli risponde “Corro solo per questo”

Ferrari gli compra un biglietto andata e ritorno per correre tra le montagne delle Madonie, lui glaciale gli dice “Dicono che sei un bravo amministratore, ma mi accorgo che non è vero. Dovevi farmi riservare solo il biglietto di andata, perché quando si parte per una corsa bisogna prevedere la possibilità di tornare in un baule di legno”.

Di morire non gli importa niente.

Naturalmente vince la Florio e nello stesso anno i gran premi di Monaco, Francia e Italia. 

E’ sull’Olimpo, ma due tragedie lo scaraventano a terra, infossandolo in un pantano di dolore e insensatezza. Perde i suoi due figli diciottenni, Giorgio per miocardite e Alberto per nefrite. Per offuscare il dolore si tuffa nelle corsa con ancora più rabbia e più forza. Nulla conta tranne vincere.

Balla sull’olio al Gran Premio di Montecarlo scansando auto e piloti. Arriva il Gran Premio di Germania. Chi immaginava il predominio della razza ariana si dovette ricredere. Quell’uomo piccolo e scuro di occhi e di capelli, con un’auto non all’altezza della Mercedes Benz e dell’Auto Union, sbaraglia tutti gli avversari. I generali nazisti buttano giù il rospo increduli. Lui sapeva che avrebbe vinto e portò con se una bandiera italiana nuova di zecca, quella in dotazione era vecchia e consunta. Salì sul podio solo dopo aver issato  personalmente sul pennone più alto il tricolore. I tedeschi erano increduli, non avevano neanche il disco dell’inno italiano. Nella fredda aria di Nurburgring riecheggiò ‘O sole mio portando l’aria serena dopo la tempesta.

A 56 anni gareggiò nella sua ultima Mille Miglia a bordo di una Ferrari 166 SC. Miglior tempo nel primo tratto. Poi l’auto inizia a cedere. Neanche una Ferrari poteva reggere il passo con l’uomo più veloce del mondo. Il cofano trema, non si chiude, lui lo fa togliere. Perde un parafango, volato via. Si incrina il supporto di una balestra, si rompe il sedile del meccanico. Ma Nuvolari corre, non vede nulla oltre la strada e la scia delle cose che perdono forma. Non vuole fermarsi. Vuole vincere. Sarà Enzo Ferrari a imporgli di fermarsi e ritirarsi.

A 60 anni ha un ictus, che lo paralizza per metà. Resiste un anno, l’11 agosto dell’anno successivo un secondo ictus si porta via il campionissimo. Ai funerali partecipa tutta la città di Mantova, 55mila persone che seguono il suo ultimo viaggio. La bara è poggiata sul telaio di un’auto, dietro di lui Alberto Ascari, Gigi Villoresi e Juan Manuel Fangio. Lascia scritto di voler essere sepolto con gli abiti con cui disputava ogni gran premio, un maglione giallo, pantaloni azzurri e gilet marrone di pelle. Con lui, il suo volante preferito. Era un martedì.