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Il viaggio e i disegni che abbiamo vissuto

Il viaggio e i disegni che abbiamo vissuto

Quando ci si poteva perdere per poi ritrovarsi, quando eravamo un puntino ignoto nella vastità del mondo.

Quando sentivamo l’ebbrezza di non poter essere rintracciati. Un foglio di carta ripiegato, sgualcito, scolorito, ci indicava la via da seguire. Ed era un viaggio anche la ricerca tra vicoli, strade, calle, piazze e perdersi era come ritrovarsi. C’era una certa padronanza anche in quello, anche se ne eravamo ignari. Ora che siamo guidati ad ogni passo e ci perdiamo il piacere di cercare, di scoprire. Ignari della libertà di guardare in alto e dinanzi a noi, ora invece abbiamo gli occhi sempre in basso e nessuno stupore ci coglie in questo itinerario prestabilito. Neanche il tempo sfugge dal nostro controllo.

“La mia testa è una mappa. L’ha disegnata un lupo di mare pazzo. Sotto una luna fluente, prima ancora di rendersene conto; venti con trombe d’ottobre, con le guance gonfie come caraffe, e nazioni disegnate a motivi vivaci come tappeti orientali. ‘Qui ci sono le tigri’. ‘Qui abbiamo sepolto Jim’. Questo è lo stretto dove nuotano pesci senz’occhi attorno al loro idolo sepolto, annegato e freddo si asciuga gli occhi con sale e oro. Un paese come il lato oscuro della luna, un paese di sidro di mela, aspro e benedetto, un paese selvaggio come un riccio di castagna, una terra di maghi affamati” scrisse nel 1931 il poeta americano Stephen Vincent Benét.

Quando viaggiare era un’avventura dentro e fuori di voi. Dove la libertà era in ogni scelta. Girare a sinistra o a destra? Fermarsi su un prato per i suoi piccoli bellissimi fiori profumati di camomilla o proseguire alla ricerca del mare? Scegliere. Andare. Liberarsi da ogni gabbia e costrizione.

Nessun mondo è perduto Arthur se tornassimo ad alzare gli occhi al cielo.

“Ognuno di noi dovrebbe disegnare una mappa da sopravvissuto sei proprio campi e dei propri pascoli. Così copriamo l’universo di disegni che abbiamo vissuto. Questi disegni non devono essere esatti. Ma bisogna che siano scritti in conformità alle forme dei nostri paesaggi interiori” disse Gaston Bachelard, poeta, filosofo e sognatore che si era perso nella sua fantasia in un viaggio in cui tutto era esplorazione. “È vicino all'acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna. Se voglio studiare la vita delle immagini dell'acqua, mi occorre quindi riconoscere il loro ruolo dominante nel fiume e nelle fonti del mio paese. Io sono nato in un paese di ruscelli e di fiumi, in un angolo della Champagne vallonea, nella Vallage, così chiamata a causa del gran numero dei suoi avvallamenti. La più bella delle dimore sarebbe per me nel fosso di una vallata, al bordo di un'acqua viva, nell'ombra corta dei salici e dei vimini”.

Tracciamo i punti tra noi e le stelle, tra noi e l’ultima volta che abbiamo provato stupore. L’ultima volta che l’incanto è piovuto su di noi come polvere magica. Andiamo avanti perché “‘Tornare indietro?’ pensò. ‘Neanche per sogno! Andare di lato? Impossibile! Andare avanti? È la sola cosa da fare! Dunque, in marcia!’ Così si alzò e trotterellò via con la piccola spada sguainata davanti a sé, con una mano tastando la parete e con il cuore che era tutto un tambureggiare”, come ci ha insegnato J.R.R. Tolkien.

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